Un nuovo episodio di violenza ha scosso la capitale americana nella serata del 25 aprile, quando un uomo armato ha tentato di fare irruzione al gala annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, l’evento mondano più atteso del calendario mediatico e politico di Washington. Il presidente Donald Trump era presente alla serata. L’aggressore è stato fermato prima di raggiungere la sala dove si trovava il capo di Stato, e un agente dei servizi segreti è rimasto ferito negli scontri. È quello che Trump stesso ha definito, senza esitazione, il “terzo attentato” contro la sua persona.
L’aggressore e il suo manifesto
Il sospettato è Cole Tomas Allen, 31 anni, originario di Torrance, in California, ingegnere di formazione, insegnante part-time e sviluppatore di videogiochi. L’uomo ha percorso migliaia di chilometri in auto per raggiungere Washington, portando con sé un fucile a canne mozze, una pistola e alcuni coltelli. Non è riuscito ad andare oltre il perimetro di sicurezza esterno dell’evento.
A turbare ulteriormente l’opinione pubblica è il contenuto del manifesto lasciato dall’uomo, pubblicato dal New York Post: un testo lungo, lucido in alcuni passaggi e delirante in altri, che offre uno spaccato inquietante delle sue motivazioni. Nel documento emergono liste di bersagli elencate con precisione, come in un piano militare, con distinzioni tra “obiettivi primari” e persone da non colpire. Secondo gli investigatori, il testo rivela una radicalizzazione maturata nel tempo, alimentata da contenuti anti-Trump diffusi sui social media.
Intervistato da Fox News, Trump ha commentato: “È disturbato. Quando leggi il suo manifesto, vedi che odia i cristiani.” I media americani hanno anche rivelato che Allen aveva donato 25 dollari alla campagna di Kamala Harris nel 2024, un dettaglio che, da solo, gli investigatori considerano insufficiente a spiegare le sue motivazioni.
La sicurezza ha retto
Nonostante la gravità dell’episodio, il capo dello staff della Casa Bianca si è sbilanciato affermando che il perimetro di sicurezza ha funzionato: “Non dimentichiamo che il sospettato non si è allontanato molto. Ha a malapena superato il perimetro e con ‘a malapena’ intendo di pochi metri. Il sistema ha funzionato. Eravamo al sicuro, il presidente Trump era al sicuro.”
Un presidente cambiato nel tono
Ciò che ha colpito molti osservatori non è stata soltanto la dinamica dell’attacco, ma la risposta pubblica di Trump. Poco dopo l’arresto dell’aggressore, Trump ha pronunciato parole insolitamente concilianti nei confronti di amici e avversari, con un tono molto diverso rispetto a quello usato in altre circostanze: “Siamo conservatori, democratici, liberali, progressisti, tutti dobbiamo rispettarci e amarci.” Un registro inatteso per chi conosce la sua consueta retorica combattiva, che ha suscitato diverse interpretazioni nei commentatori politici.
Il contesto: tre attentati in due anni
Trump entra così in una statistica senza precedenti nella storia recente: è il primo presidente americano in carica a essere bersaglio di tre attacchi nel corso del suo mandato. I precedenti erano avvenuti durante la campagna elettorale del 2024 — il più celebre a Butler, Pennsylvania, quando un cecchino lo ferì a un orecchio — e poi nel settembre dello stesso anno, mentre giocava a golf in Florida.
La polarizzazione estrema della politica americana ha accentuato gli istinti violenti di estremisti e persone radicalizzate in una nazione storicamente segnata dalla violenza armata.I precedenti storici non mancano: quattro presidenti americani sono stati assassinati nel corso della storia, da Lincoln a Kennedy.
Le teorie del complotto
L’episodio non ha tardato ad alimentare speculazioni. Nei circoli più radicali della destra americana, inclusi alcuni esponenti del fronte MAGA, circolano teorie che mettono in dubbio la reale natura degli attacchi, con voci che si rincorrono tra i social media. Le autorità investigative non hanno commentato queste teorie e proseguono le indagini per ricostruire ogni aspetto della vicenda.
Mentre Washington torna lentamente alla normalità, il dibattito sul clima di violenza politica negli Stati Uniti si riapre con rinnovata urgenza. La domanda che rimane aperta — e che difficilmente troverà risposta a breve — è fino a che punto la retorica dello scontro abbia contribuito a creare le condizioni per episodi come quello della sera del 25 aprile.
Fonte: Il Fatto Quotidiano