mercoledì, Maggio 6, 2026

Nuovo aggiornamento sugli alloggi fuorisede e il flop del PNRR

Dovevano essere 60 mila nuovi letti aggiuntivi entro giugno 2026. A pochi mesi dalla scadenza, la spesa è bassissima e i fondi pubblici rischiano di trasformarsi in un'opportunità per i soli investitori.

by Adriana Randazzo
alloggi universitari in crisi

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si presentava come una svolta per il diritto allo studio universitario in Italia: 960 milioni di euro destinati alla creazione di nuovi alloggi per studenti fuori sede, con l’obiettivo dichiarato di realizzare 60 mila posti letto aggiuntivi entro il giugno del 2026. Un traguardo ambizioso, annunciato come risposta strutturale a una delle emergenze più visibili e silenziose del sistema universitario italiano. A pochi mesi dalla scadenza, tuttavia, i numeri raccontano una storia ben diversa, fatta di ritardi, burocrazia e obiettivi che si allontanano invece di avvicinarsi.

«Dovevano essere 60 mila letti aggiuntivi ma il Governo si è dimesso dall’obiettivo. E vicini alla scadenza, la spesa è bassissima
Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Università e della Ricerca, la spesa effettiva dei fondi stanziati rimane a livelli preoccupantemente bassi. I cantieri aperti sono pochi, le convenzioni con i soggetti privati restano in larga parte sulla carta, e molti enti regionali per il diritto allo studio denunciano difficoltà burocratiche che hanno rallentato, e in alcuni casi bloccato del tutto, l’avvio concreto dei progetti. La macchina amministrativa, lenta e frammentata tra livelli di governo diversi, ha finora impedito la piena messa a terra delle risorse disponibili.

Il nodo degli alloggi

I dati regionali mostrano con chiarezza il divario tra il numero di studenti fuori sede e i posti letto disponibili nelle strutture pubbliche. In Lombardia, a fronte di oltre 180 mila studenti fuori sede, risultano disponibili poco più di 4 mila posti nelle residenze universitarie pubbliche. Lazio, Toscana, Campania e Sicilia presentano situazioni analoghe, con una copertura che in nessun caso supera il 10 per cento del fabbisogno reale. Si tratta di una fotografia che non è cambiata in modo significativo negli ultimi anni, nonostante i proclami politici e le risorse europee messe in campo.

La carenza strutturale di alloggi accessibili ha conseguenze dirette sull’equità del sistema universitario. Chi non può permettersi gli affitti di mercato, aumentati vertiginosamente nelle principali città universitarie negli ultimi anni, con punte che a Milano e Roma superano abbondantemente i mille euro mensili per una stanza singola, è costretto a rinunciare alla mobilità studentesca o a sobbarcarsene i costi con sacrifici familiari sproporzionati. Le ricadute sono concrete: minore accesso agli atenei di eccellenza, scelte formative condizionate dalla geografia e dal reddito, e una frattura sempre più profonda tra studenti con famiglie benestanti e quelli provenienti da contesti economicamente fragili.

Privati al posto dello Stato

Un elemento che preoccupa gli osservatori è la progressiva sostituzione dell’intervento pubblico con quello dei grandi fondi di investimento immobiliare privati nel settore degli studentati. Le strutture di nuova generazione,i cosiddetti “purpose-built student accommodations”,  offrono camere arredate con servizi premium, palestre, sale studio e connessioni ultraveloci, a fronte di canoni mensili che in alcune città superano i mille euro. Stanno proliferando proprio nelle aree urbane dove la domanda è più alta e il mercato più redditizio. Il rischio concreto, denunciato da associazioni studentesche e da alcuni parlamentari, è che i fondi del PNRR finiscano per incentivare questi soggetti piuttosto che ampliare un’offerta pubblica realmente accessibile alle fasce più deboli.

Il Governo ha avviato una revisione degli obiettivi originari, ridefinendo le modalità di conteggio dei posti letto ammissibili e ampliando il perimetro dei soggetti beneficiari. Una scelta che, secondo i critici, rappresenta un abbassamento dell’asticella piuttosto che un reale recupero del ritardo accumulato. La modifica dei parametri consente di contabilizzare come nuovi posti anche strutture già esistenti sottoposte a ristrutturazione, allargando di fatto la platea dei beneficiari senza però aumentare in modo proporzionale l’offerta effettiva di posti letto a prezzi calmierati.

Nel frattempo la scadenza del giugno 2026 si avvicina, e con essa la concreta possibilità di dover restituire a Bruxelles una parte significativa dei fondi non spesi. Una prospettiva che renderebbe questo capitolo del PNRR non solo un’occasione persa per gli studenti italiani, ma anche un danno economico per il Paese intero.

Il diritto che non decolla

Dietro le cifre e le scadenze europee si nasconde una questione di principio che attraversa trasversalmente la politica universitaria italiana da decenni: il diritto allo studio è tale solo se garantito in modo universale, indipendentemente dalla capacità economica delle famiglie e dalla città di provenienza. L’Italia, che destina alla borsa di studio e agli alloggi universitari una percentuale del PIL inferiore alla media europea, rischia di perdere anche questa occasione per colmare un divario storico. La vera partita non si gioca nei fondi stanziati sui documenti programmatici, ma nella volontà politica concreta di trasformarli in strutture reali, accessibili e diffuse su tutto il territorio nazionale. E il tempo, a questo punto, è quasi scaduto.

Fonte: Il fatto quotidiano

Photo credit: Il Post 

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