È una tendenza comune a molti conflitti: quando scoppiano, attirano l’attenzione internazionale e dell’opinione pubblica, ma col passare del tempo l’attenzione si sposta verso la prossima crisi emergente. Una situazione analoga si era verificata con il conflitto tra Russia e Ucraina. Poco dopo lo scoppio delle ostilità, l’attenzione pubblica si era concentrata quasi esclusivamente sull’Ucraina: monumenti in tutte le principali città europee si erano illuminati con la bandiera del Paese e sui social non si parlava d’altro.
Questo fenomeno ha portato altre crisi conflittuali in diverse parti del mondo a passare in secondo piano, dando origine a una percezione secondo cui alcuni stati avrebbero ricevuto più attenzione di altri, in base alla loro collocazione geografica o rilevanza politica. Quando sono scoppiate le ostilità tra Israele e Palestina, però, il conflitto ucraino è passato in secondo piano nelle cronache internazionali, mentre le strade di molte città del mondo si sono riempite di manifestanti a sostegno di Gaza.
Quello che sta accadendo ora non è altro che il ripetersi di questo ciclo. Tuttavia, mentre i media concentrano l’attenzione su un conflitto specifico, le altre situazioni belliche e crisi umanitarie non scompaiono: spesso, al contrario, continuano a peggiorare, mentre l’attenzione collettiva si affievolisce.
Il nuovo conflitto scoppiato in Medio Oriente, che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, ha avuto infatti importanti ripercussioni anche sul conflitto palestinese. Le conseguenze derivano dal fatto che le trattative per un cessate il fuoco tra Israele e Palestina restano ferme, poiché l’attenzione degli Stati Uniti e la volontà di Israele sono concentrate altrove. Questo ha effetti gravi sulla popolazione di Gaza, già alle prese con una drammatica crisi umanitaria. Inoltre, Israele, all’ombra dell’attenzione internazionale, continua a bombardare la Striscia, aggravando ulteriormente le condizioni dei palestinesi.
Il primo round di trattative, iniziato a ottobre, prevedeva un cessate il fuoco tra Israele e Hamas, il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora presenti nella Striscia e la liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi detenuti in Israele. La “fase due” avrebbe dovuto invece comprendere il disarmo di Hamas, il completo ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, la creazione di una nuova amministrazione per Gaza e la ricostruzione del territorio, ridotto per l’80% in macerie.
Tuttavia, le trattative per questa seconda fase sembrano procedere molto lentamente. Fonti non ufficiali riportano un recente incontro in Egitto che avrebbe coinvolto Hamas, ma indicano come gli Stati Uniti vi avrebbero partecipato inviando una delegazione di secondo livello, segnalando in questo modo un interesse limitato nella questione.
In corrispondenza dello scoppio del conflitto in Iran, Israele ha inoltre chiuso i punti di accesso di frontiera con Gaza, riaprendo poi il 3 marzo parzialmente solo il valico di Kerem Shalom per permettere l’ingresso di alcuni camion con cibo e beni di prima necessità. Il 19 marzo è stato poi riaperto il valico di Rafah con l’Egitto, dopo quasi tre settimane di chiusura, consentendo ad alcuni Palestinesi feriti di uscire per ricevere cure in seguito ai recenti raid israeliani.
La decisione di chiudere i valichi, annunciata su Facebook da COGAT, l’unità militare israeliana che gestisce i territori palestinesi, è stata una conseguenza diretta delle tensioni legate alla guerra con l’Iran. Questo ha generato crescente ansia tra la popolazione, che temeva di rivivere scenari drammatici di scarsità e sofferenze già sperimentati durante precedenti fasi del conflitto. Di conseguenza, molti residenti hanno iniziato a fare vere e proprie scorte di cibo e beni di prima necessità, temendo un ulteriore peggioramento della situazione umanitaria. A queste mancanze si aggiunge una sempre più scarsa disponibilità di gas e carburanti (essenziali, tra le altre cose, per cucinare) e di medicinali di prima necessità, tra cui il 46% ha urgente bisogno di rifornimento.