mercoledì, Luglio 15, 2026

Darfur, la Corte penale internazionale: “Abbiamo prove concrete”

La procura de L'Aja collega i vertici delle Forze di supporto rapido ai massacri di El Fasher ed El Geneina, mentre un'inchiesta ONU denuncia crimini di guerra e crimini contro l'umanità

by Adriana Randazzo
Corte Penale Internazionale e la crisi umanitaria in Sudan

La Corte penale internazionale (CPI) afferma di aver raggiunto una svolta significativa nell’inchiesta sui crimini di guerra commessi in Darfur, in Sudan. La vice procuratrice capo, Nazhat Shameem Khan, ha dichiarato alla BBC che l’organo giudiziario con sede a L’Aja dispone ora di prove concrete che collegano i leader delle Forze di supporto rapido (RSF), il gruppo paramilitare sudanese, alle recenti stragi di civili avvenute nelle città di El Fasher e El Geneina.

Khan ha spiegato che la giustizia potrebbe richiedere ancora tempo per arrivare davanti alla corte, ma ha assicurato che il percorso è avviato, sottolineando come i vertici delle RSF siano ormai collegati anche a crimini contro l’umanità. La procuratrice non ha tuttavia fornito indicazioni su quando potrebbero essere formalizzate le accuse nei confronti dei responsabili delle atrocità commesse nel conflitto, iniziato nell’aprile del 2023.

L’assedio e la conseguente presa di El Fasher da parte delle RSF, avvenuta nell’ottobre dello scorso anno, rappresentano uno degli episodi più sanguinosi dell’intera guerra civile sudanese, che vede opporsi il gruppo paramilitare all’esercito regolare del Sudan. Secondo le Nazioni Unite, nella sola El Fasher sono state uccise più di 6.000 persone durante la presa della città. Il gruppo paramilitare è accusato di aver compiuto un massacro di proporzioni simili anche a El Geneina. Le RSF hanno più volte negato di aver condotto uccisioni sistematiche di civili in qualsiasi area del Darfur.

A rafforzare il quadro delineato dalla CPI è arrivato, mercoledì, anche un rapporto di una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite, che ha documentato prove di atrocità diffuse commesse durante il conflitto sia dall’esercito sudanese sia dalle RSF. Il rapporto attribuisce alle forze paramilitari la responsabilità della maggior parte degli attacchi sistematici contro la popolazione civile, in particolare in Darfur, dove le persone sarebbero state prese di mira su base etnica, in comportamenti che potrebbero costituire crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La missione ONU ha inoltre documentato abusi sessuali, tra cui stupri, stupri di gruppo e schiavitù sessuale, commessi da combattenti delle RSF e da gruppi a loro affiliati durante la conquista di El Fasher.

Khan ha riferito di aver trovato prove concrete che collegano quanto accade sul terreno, attraverso un lavoro di ricostruzione probatoria, a persone specifiche con ruoli di comando. Ha aggiunto che al momento non è possibile stabilire con certezza i tempi dell’inchiesta, ma che i progressi compiuti sono stati notevoli e che la svolta può considerarsi raggiunta.

La procuratrice ha rilasciato le dichiarazioni dopo una visita ai campi per rifugiati nell’est del Ciad, dove ha raccolto le testimonianze di chi è fuggito dai combattimenti in Darfur. Decine di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a El Fasher, e le Nazioni Unite hanno affermato che la violenza registrata nella città presenterebbe caratteristiche assimilabili a un genocidio. Le RSF hanno respinto le accuse secondo cui le uccisioni avrebbero avuto una matrice etnica, negando di seguire uno schema di attacchi mirati contro le popolazioni non arabe, pur ammettendo che alcune violazioni si sono verificate nella città.

Poco dopo la conquista di El Fasher, il leader delle RSF, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, aveva annunciato l’apertura di un’indagine interna sulle eventuali atrocità commesse, indagine che secondo il gruppo sarebbe ancora in corso. Nel frattempo, l’ambasciatrice britannica per i diritti umani, Eleanor Sanders, ha lanciato un allarme sul rischio che la città di El-Obeid possa subire atrocità simili a quelle di El Fasher, mentre il Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha ordinato lunedì un’indagine urgente sui presunti crimini commessi durante i combattimenti in quella stessa città.

La CPI indaga sulle violazioni commesse in Darfur da oltre vent’anni, a partire dalla precedente ondata di violenze degli anni 2000. Khan ha osservato che gli schemi di comportamento riscontrati oggi ricalcano quelli individuati due decenni fa, quando la situazione fu segnalata alla corte per la prima volta dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Le indagini precedenti hanno portato a sette arresti e sei procedimenti giudiziari distinti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, tra gli accusati figura anche l’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, tuttora latitante dopo il golpe che lo ha rimosso dal potere nel 2019. Lo scorso anno la Corte ha condannato a 20 anni di carcere un ex comandante miliziano, riconosciuto colpevole di 27 capi d’imputazione per crimini commessi in Darfur tra il 2003 e il 2004.

Fonte: BBC News Africa

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