Nelle campagne irlandesi capita spesso di imbattersi nelle cosiddette famine roads, le ‘strade della carestia’. Si tratta di percorsi che non conducono in alcun luogo specifico, nati a metà Ottocento durante la Grande Carestia con l’unico scopo di offrire un salario minimo a migliaia di persone ridotte allo stremo.
Molte di queste vie furono abbandonate prima ancora di essere completate, trasformandosi nel tempo nel simbolo visibile delle controverse politiche adottate dalle autorità britanniche per affrontare l’emergenza.
Ma che fine hanno fatto oggi? Alcune sono state integrate nella rete viaria moderna, come il suggestivo Healy Pass che collega le contee di Kerry e Cork; altre sono diventate itinerari per escursionisti all’interno del Burren National Park o lungo il fiordo di Killary. La maggior parte, tuttavia, è stata lentamente inghiottita dalla vegetazione e dimenticata.
Le famine roads si concentrano soprattutto nell’ovest dell’Irlanda, la regione più duramente colpita dal flagello. Sebbene non esista un censimento completo, uno studio del 2021 condotto in una sola porzione della contea di Fermanagh ne ha individuate ben trentaquattro, suggerendo che sull’intera isola possano essercene centinaia.
Il cartografo Mike Murphy, dell’Università di Cork, le ha efficacemente definite “monumenti alla carestia costruiti dalle stesse vittime”. La loro storia è infatti indissolubilmente legata alla crisi alimentare che, tra il 1845 e il 1850, provocò la morte di circa un milione di persone e costrinse altri due milioni a emigrare, principalmente verso il Regno Unito e gli Stati Uniti. La catastrofe fu innescata dalla peronospora, un fungo che distrusse i raccolti di patate da cui dipendeva la sopravvivenza della popolazione rurale.
A trasformare una calamità agricola in una grave crisi umanitaria contribuirono però le decisioni del governo britannico, che all’epoca amministrava l’isola. Influenzata dalle teorie economiche liberiste e dal pregiudizio morale secondo cui l’assistenza gratuita avrebbe incoraggiato l’ozio, Londra preferì avviare massicci programmi di lavori pubblici piuttosto che distribuire aiuti diretti. Nel marzo del 1847, oltre 700.000 persone erano impiegate in queste opere, molte delle quali del tutto prive di utilità pratica.
La costruzione delle famine roads richiedeva un grande dispendio di energia fisica: turni estenuanti di dodici ore a fronte di una paga misera, appena sufficiente a comprare il cibo per non morire. Gli operai, quasi esclusivamente uomini adulti già debilitati dalla denutrizione, furono costretti a scavare, per ore durante l’inverno del 1846-1847, uno dei più rigidi del secolo. In migliaia persero la vita sui cantieri, stroncati dagli sforzi e dalle malattie, tra cui il tifo.
In genere queste strade venivano progettate semplicemente tracciando una linea sulla mappa da un punto all’altro, senza alcun rilievo topografico del terreno. Di conseguenza, in diverse località, i lavoratori già sfiniti si trovarono costretti a spaccare a mani nude la roccia solida. I turni erano massacranti e le regole spietate: un solo ritardo costava una decurtazione della paga, e l’assenza all’appello finale significava perdere l’intero compenso giornaliero.
Eppure, per chi era ridotto alla fame, il lavoro sulle famine roads restava l’unica speranza di sopravvivenza. La disperazione alimentava una concorrenza feroce per accaparrarsi quei posti: lungo i cantieri, la gente si accalcava ai margini delle strade per osservare gli operai, sperando che qualcuno crollasse a terra stremato pur di poterne prendere il posto.
Consapevole del fallimento del sistema, a metà del 1847 il governo britannico decise di chiudere gran parte dei cantieri, passando a forme di assistenza diretta come le soup kitchens (le mense dei poveri). Questi interventi si rivelarono comunque tardivi e insufficienti per arginare un disastro ormai fuori controllo.
La Grande Carestia resta tuttora una delle pagine più dolorose dell’identità irlandese: oltre a stravolgere la demografia del Paese, la cui popolazione, a distanza di quasi due secoli, non ha ancora recuperato i livelli precedenti al 1845, contribuì ad alimentare il sentimento nazionalista che avrebbe portato, alcuni decenni più tardi, a quel desiderio di indipendenza della maggior parte dell’isola dal Regno Unito.
FONTE: IL POST