sabato, Aprile 18, 2026

GUERRA USA-IRAN: NUOVO SOSPIRO DI SOLLIEVO 2026

guerra in pausa

by Jacopo Padoan
guerra
Dieci ore.
È il tempo che è bastato per passare dalle minacce di guerra spietata all’annuncio di una tregua. Anche per gli standard di Donald Trump, è una tempistica straordinaria.
La giornata di ieri si era consumata in un crescendo di intimidazioni: il presidente americano, affidandosi come di consueto al social Truth, aveva minacciato di bombardare le infrastrutture civili iraniane se Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz e accettato le condizioni americane per un cessate il fuoco.
Nei giorni precedenti aveva parlato di riportare l’Iran “all’età della pietra”, con dichiarazioni che in molti hanno definito potenziali crimini di guerra.
Poi, a novanta minuti dallo scadere dell’ultimatum, la svolta: una tregua temporanea di due settimane, mediata dal Pakistan, che prevede la riapertura di Hormuz e la sospensione delle operazioni militari statunitensi e israeliane.
Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo. I mercati hanno festeggiato. Entrambe le parti rivendicano la vittoria.
Ma più che di pace, si tratta di una pausa armata appesa a un equilibrio fragilissimo: Israele ha già chiarito che il Libano non rientra nell’accordo e prosegue la propria offensiva, mentre le nazioni del Golfo continuano a subire attacchi.
Come osserva la BBC, le recenti dichiarazioni di Trump “potrebbero aver definitivamente mutato il modo in cui il resto del mondo percepisce gli Stati Uniti”.
Una via d’uscita per Trump?
L’accordo offre al presidente americano, soprattutto, una exit strategy. Senza di esso, si sarebbe trovato davanti a una scelta scomoda: lasciar scadere l’ultimatum senza agire — perdendo credibilità — oppure avviare un’escalation senza una strategia definita.
Eppure, nonostante tenti di presentare la tregua come una grande vittoria, i limiti della sua strategia sono evidenti. La scommessa che le minacce apocalittiche avrebbero piegato il regime di Teheran si è rivelata sbagliata.
Così come l’idea che la popolazione iraniana si sarebbe rivoltata una volta scoppiata la guerra. Il regime, ferito ma non abbattuto, ha risposto con una repressione più dura e con la minaccia di trascinare l’intera regione nel caos.
Le migliaia di bombardamenti non hanno neutralizzato la capacità di rappresaglia iraniana, e il regime — che prima del conflitto appariva più isolato che mai — sembra oggi paradossalmente rinvigorito.
Teheran esce vincitrice?
Vale la pena ricordare quali erano gli obiettivi dichiarati della guerra: un cambio di regime a Teheran, la distruzione del programma nucleare e il controllo americano di Hormuz. Nessuno di questi punti compare nell’accordo.
A quaranta giorni dall’inizio del conflitto, il regime iraniano è vivo, più radicalizzato, con una nuova generazione di Guardie Rivoluzionarie al potere.
L’Iran ha accettato di riaprire lo Stretto, ma non di cederne il controllo — e la versione in farsi dell’intesa includerebbe persino il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio, formula assente nella versione distribuita ai giornalisti occidentali.
Le navi potranno transitare, ma “in coordinamento con le forze armate iraniane” e dietro pagamento di un pedaggio, trasformando di fatto Hormuz in un casello iraniano con una rendita potenzialmente senza precedenti.
Quindici giorni per risolvere decenni di nodi irrisolti.
Il prezzo del petrolio è crollato del 13% dopo l’annuncio, tornando sotto i 95 dollari al barile per la prima volta da settimane. Ma due settimane non bastano a riparare i danni di sei.
Le aziende dovranno riavviare impianti fermi, le petroliere sono disperse, e molte potrebbero essere restie a rientrare nel Golfo temendo di restare bloccate alla scadenza della tregua.
Nei colloqui di Islamabad, previsti per venerdì, i negoziatori dovranno affrontare tutti i nodi aperti: il nucleare, i missili, Hormuz, le sanzioni, Hezbollah e gli Houthi. Questioni irrisolte da decenni, forse rese ancora più complesse da questa guerra.
Come scrive il presidente del Comitato Scientifico ISPI Paolo Magri, “godiamoci l’euforia di una soluzione che vede tutti vincitori, ma non illudiamoci troppo sul vissero felici e contenti”.

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