Il 1° luglio non è una data qualsiasi per la Cina, ma un giorno carico di un profondo valore simbolico e politico, in cui si intrecciano la storia del Paese e il suo assetto geopolitico attuale.
Innanzitutto, oggi ricorre l’anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese (PCC), che celebra i suoi 105 anni di storia. Quando fu fondato, nel lontano 1921, il PCC era un soggetto politico marginale che contava appena una cinquantina di membri; oggi, con quasi cento milioni di iscritti, guida dal 1949 una delle più grandi potenze economiche e tecnologiche globali.
Prima di salire al potere, il Partito ha attraversato un percorso complesso e travagliato: tra il 1921 e il 1949 è riuscito a sopravvivere ad aspre guerre civili interne e alla lunga e sanguinosa aggressione imperialista, sia occidentale sia giapponese.
Il 1° luglio coincide anche con un altro anniversario cruciale: il passaggio di Hong Kong alla Cina, avvenuto nel 1997. All’epoca della restituzione dell’ex colonia britannica, Pechino promise di governare il territorio secondo il principio ‘un Paese, due sistemi’, una formula che avrebbe dovuto garantire alla città ampie autonomie e libertà di espressione, di parola e di protesta.
Dalla prima amministrazione cinese a oggi, tuttavia, lo scenario è cambiato drasticamente. Fino al 2019 l’anniversario del 1° luglio era l’occasione per oceaniche manifestazioni pro-democrazia, in cui migliaia di cittadini scendevano in piazza per chiedere maggiori diritti. Oggi, ogni forma di protesta pubblica è stata di fatto vietata. Le cerimonie ufficiali per la restituzione di Hong Kong si tengono ormai a porte chiuse: l’accesso è vietato al pubblico e riservato esclusivamente a funzionari governativi e dignitari.
Tuttavia, è soprattutto questo 1° luglio ad aver catturato l’attenzione internazionale. Oggi è infatti il giorno in cui entrerà ufficialmente in vigore la nuova e discussa ‘legge sulla promozione dell’unità etnica e del progresso’. Promulgato lo scorso marzo durante la sessione annuale del Parlamento a Pechino, il provvedimento mira a blindare l’omologazione sociale nel Paese, imponendo un’identità nazionale condivisa a tutte le minoranze. L’aspetto più controverso è l’inserimento di una clausola sulla responsabilità penale, pensata per colpire anche individui e organizzazioni operanti all’estero che violino la norma.
Nella Repubblica Popolare, le minoranze etniche rappresentano circa l’8% della popolazione complessiva. A causa della dura repressione attuata in regioni come il Tibet e lo Xinjiang (patria della minoranza uigura), l’unico modo per mantenere vive le istanze indipendentiste e di tutela culturale è farlo al di fuori dei confini cinesi.
La forte preoccupazione delle organizzazioni per i diritti umani risiede proprio nella natura globale della norma. Secondo gli attivisti, la legge offre a Pechino una copertura legale per perseguire chiunque difenda le minoranze dall’estero. Avendo un’applicazione extraterritoriale, il regime potrà colpire non solo i dissidenti cinesi in esilio, ma anche attivisti, accademici e cittadini stranieri, esponendoli al rischio concreto di fermi e arresti qualora dovessero transitare per la Cina.
L’annuncio del provvedimento ha immediatamente fatto scattare l’allarme a Taiwan. L’isola gode di un’indipendenza de facto, ma non de jure, e il governo cinese, che non ha mai nascosto l’ambizione di riprenderne il controllo, anche con la forza, considera qualsiasi alterazione dello status quo come un pretesto sufficiente per far scattare i propri piani di aggressione. In questo contesto, l’estrema vaghezza del testo legislativo lascia temere il peggio: non si può escludere, infatti, che anche governi, organizzazioni o singoli cittadini stranieri che sostengono la causa taiwanese finiscano direttamente nel mirino di Pechino.
L’entrata in vigore della legge avviene in un momento di estrema vulnerabilità per Taipei, stretto in una morsa sia militare che diplomatica. Da un lato, la Repubblica Popolare ha intensificato le manovre belliche e le attività aeronavali a est dell’isola, stringendo progressivamente il cerchio attorno alle difese taiwanesi. Dall’altro, il governo del presidente Lai Ching-te si trova spaesato dinnanzi al rapporto complesso tra Cina e Stati Uniti, situazione resa ancora più incerta dal recente viaggio di Donald Trump a Pechino.
A complicare ulteriormente lo scenario politico si aggiunge la crescente sintonia tra Xi Jinping e il Kuomintang, il principale partito d’opposizione taiwanese. Il quadro, già critico, è poi coronato dal congelamento, da parte di Washington, del più grande pacchetto di forniture militari mai destinato a Taipei, un blocco che priva temporaneamente l’isola di cruciali strumenti di deterrenza e difesa nel momento di massima pressione geopolitica.
FONTE: CORRIERE DELLA SERA
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