sabato, Aprile 18, 2026

Il diritto internazionale è sotto attacco?

Gli attacchi statunitensi in Iran suscitano riflessioni sulla tenuta del diritto internazionale mentre riemerge la logica del più forte

by Rachele Gabbin

Negli ultimi anni si è assistito a un susseguirsi di conflitti che hanno messo in discussione più che mai la tenuta del diritto internazionale. Dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, al più recente “attacco a sorpresa” degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran, la sensazione è quella di essere tornati indietro rispetto ai progressi compiuti a partire dalla nascita della Società delle Nazioni e consolidatisi nel secondo dopo guerra. Sempre più spesso sembra riemergere una logica in cui prevale il diritto del più forte: gli Stati più potenti agiscono al di sopra delle regole e impongono i propri interessi a danno di quelli più deboli, senza che esistano strumenti realmente efficaci per impedirlo.

Luis Moreno Ocampo, procuratore capo fondatore della Corte Penale Internazionale (CPI), ha parlato di una vera e propria regressione da Rule of Law (stato di diritto) a Rule of Man (governo dell’uomo). “l caso della Russia in Ucraina, o degli Stati Uniti in Iran o in Venezuela… è chiamato crimine di aggressione. Significa l’uso delle forze armate da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato. Tutto qui”, ha riportato alla BBC. “Ora stiamo passando dal sistema basato sulle regole al dominio dell’uomo: qualunque cosa decida oggi il Presidente Trump diventerà la regola. Questo non è un mondo vivibile”, ha concluso.

Gli interessi strategici nazionali prevalgono sempre di più sulla cooperazione e sui principi fondamentali del diritto internazionale. Il crescente ricorso di coercizione economica e di forza diretta è sintomo di un diffuso disprezzo dei valori declinati nell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che stipula i principi fondanti di pace ed eguaglianza tra stati. Allo stesso tempo, il principio di distinzione tra civili e combattenti e il divieto di colpire obiettivi non militari, sanciti dallo Statuto di Roma, vengono sempre più frequentemente messi in discussione nei campi di battaglia contemporanei.

I recenti sviluppi ne offrono una conferma diretta. Il 2025 è stato definito da diversi report un anno “nero” per la pace, a causa dell’elevata mortalità tra le popolazioni civili nei numerosi conflitti regionali e internazionali. Dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, dal Sudan al Sud-Est asiatico fino ai Caraibi, a dominare il panorama globale sono state soprattutto le armi.

Ad aggravare la situazione, le conseguenze sulle popolazioni civili non sono tra le priorità dei leader coinvolti nei conflitti. In Iran, per esempio, nelle ultime due settimane il presidente Trump ha minacciato già due volte di ricorrere a una forza travolgente contro gli impianti elettrici, qualora Teheran minacci i siti energetici del Qatar o non riapra lo stretto di Hormuz. Diversi gruppi per i diritti umani hanno messo in guardia sulle gravi conseguenze che un attacco di questo calibro potrebbe avere sulla popolazione, già colpita da blackout frequenti che limitano l’erogazione di acqua potabile. Mike Waltz, L’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, ha difeso le intenzioni di Trump e la legittimità dei bersagli a CBS News: “Quando si ha un regime che tiene in pugno infrastrutture critiche così vaste e le usa per reprimere il proprio popolo, attaccare i vicini e marciare verso l’arma nucleare in violazione delle sanzioni ONU, allora questi diventano obiettivi legittimi”.

Le politiche statunitensi non rappresentano anomalie isolate, ma riflettono contraddizioni interne all’ordine internazionale liberale nato dopo il 1945, che combina principi universali, come l’uguaglianza sovrana degli Stati, con privilegi riservati alle grandi potenze, come il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza.

 

Rachele Gabbin 

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