Michael O’Flaherty, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha dichiarato a Politico di essere contrario all’adozione di restrizioni che prevedano l’innalzamento dell’età minima per l’accesso ai social media.
In Francia, in queste settimane, il Senato sta discutendo l’introduzione di possibili normative in materia che, secondo il presidente Emmanuel Macron, potrebbero entrare in vigore già a partire da settembre 2026. Danimarca, Spagna e Grecia starebbero prendendo esempio.
Tuttavia, è a livello internazionale che si sono registrati i primi passi in questa direzione: l’Australia, alla fine del 2025, è diventata il primo Paese al mondo a vietare ai minori di 16 anni la creazione di account su piattaforme social come Instagram, seguita poco dopo dal Brasile.
I sostenitori delle restrizioni le considerano necessarie per garantire la tutela psicologica dei minori da quelle piattaforme ritenute particolarmente addictive. Al contempo, i critici, tra cui lo stesso O’Flaherty, sottolineano come tali divieti siano per lo più inefficaci, oltre che potenzialmente dannosi per la privacy, poiché obbligano gli utenti a verificare la propria identità per accedere ai servizi.
Secondo O’Flaherty sarebbe preferibile intervenire innanzitutto direttamente sulle piattaforme, limitando la diffusione di contenuti illegali e dannosi, prima di ricorrere a un approccio meramente proibizionista, che, come osservato in altri ambiti, tende più a spostare il fenomeno verso canali informali che a eliminarlo. Il Commissario sottolinea inoltre come queste misure risultino spesso sproporzionate e adottate in modo affrettato, senza una valutazione adeguata del contesto complessivo e delle possibili alternative.
I limiti delle restrizioni applicate in Australia sono già evidenti: secondo alcuni esperti gli adolescenti avrebbero già trovato modi ingegnosi per aggirarle. Anche la definizione di cosa rientri nella categoria dei social media si rivela tutt’altro che semplice. Le autorità australiane, infatti, non hanno esteso le limitazioni alle applicazioni di messaggistica come WhatsApp né ai giochi online multiplayer, ritenendo una simile scelta eccessivamente drastica. Ciò, tuttavia, non elimina per i minori rischi come l’adescamento online o il cyberbullismo. Allo stesso tempo, anche nell’ipotesi in cui questi rispettassero rigorosamente i divieti, il provvedimento rischia di limitarsi a posticipare il problema: una volta raggiunti i 16 anni, si troverebbero improvvisamente esposti a piattaforme che conoscono ancora poco e senza una preparazione adeguata.
L’Unione Europea può già contare sul Digital Services Act sul piano delle normative digitali volte a tutelare i minori dai rischi sistemici delle piattaforme online. Secondo, O’Flaherty, però, pur trattandosi di uno strumento estremamente positivo, la sua efficacia resta limitata da un’applicazione ancora insufficiente nel contesto europeo. Su questo tema, la Commissione europea, responsabile dell’attuazione della normativa per le grandi piattaforme, sta valutando possibili interventi. Anche su impulso di alcuni Paesi, tra cui la Grecia, la presidente Ursula von der Leyen ha, infatti, incaricato un gruppo di esperti di formulare proposte per ridurre la frammentazione normativa. I risultati sono attesi entro l’estate.