Le nazioni insulari del Pacifico figurano tra i Paesi meno responsabili dell’inquinamento globale, contribuendo complessivamente a meno dello 0,1% delle emissioni mondiali di gas serra, ma sono al tempo stesso tra le realtà più esposte agli effetti del cambiamento climatico e spesso tra le più trascurate nel dibattito politico internazionale.
Tra queste vi è Vanuatu, arcipelago del Pacifico meridionale composto da circa 80 isole vulcaniche situate a nord-est dell’Australia. Il Paese si estende su una superficie di oltre 12 mila chilometri quadrati ed è abitato da circa 221 mila persone, in gran parte residenti in aree rurali. L’economia locale si basa principalmente su agricoltura, allevamento, pesca e turismo.
Proprio per questa forte dipendenza dalle risorse naturali, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia particolarmente grave. L’innalzamento del livello del mare, l’erosione costiera e l’aumento di eventi meteorologici estremi stanno infatti incidendo su settori cruciali come l’agricoltura, le risorse idriche, gli ecosistemi marini, e le infrastrutture.
A Vanuatu esiste una forte consapevolezza istituzionale e sociale rispetto ai rischi climatici, accompagnata da un’intensa attività sul piano delle politiche di prevenzione e adattamento. Il Paese è infatti l’unico tra gli Stati insulari del Pacifico ad aver completato sia un Programma Nazionale di Azione per l’Adattamento (NAPA) che un Piano d’Azione Nazionale per la riduzione del rischio di disastri naturali.
Nguna è una delle più piccole tra le circa 83 isole che compongono l’arcipelago di Vanuatu, e proprio qui gli effetti del cambiamento climatico appaiono particolarmente evidenti.
Inneth Tasururu, insegnante in una scuola di un piccolo villaggio dell’isola situato di fronte alla costa di Efate, ha raccontato ai giornalisti di The Economist quanto il territorio sia cambiato rispetto a quando era lei stessa una studentessa nello stesso istituto, solo pochi anni fa. Ricorda che allora il mare fosse “lontano”, mentre oggi ha ormai inghiottito il vecchio campo da calcio della scuola. Secondo gli abitanti della zona, negli ultimi decenni la linea costiera a Unakap si sarebbe spostata di circa venti metri verso l’interno.
Anche Olivia Finau William, portavoce del Ministero del Cambiamento Climatico, descrive una situazione sempre più difficile. Alcune famiglie, racconta, sono costrette a cucinare in abitazioni costantemente invase dall’acqua. “La maggior parte della popolazione vive lungo le coste”, spiega. “Un cimitero è stato spazzato via dal mare e Vanuatu non dispone delle risorse necessarie per affrontare una crisi di questa portata”.
La fragilità del Paese è aggravata dal fatto che, oltre agli effetti del cambiamento climatico, Vanuatu deve fare i conti con frequenti disastri naturali, tra cui terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche e cicloni tropicali particolarmente intensi. Sebbene il governo abbia dichiarato lo stato di emergenza climatica, le misure adottate finora non sono riuscite a produrre cambiamenti significativi. “È una sfida enorme per una piccola nazione che non possiede nemmeno una facoltà di medicina”, sottolinea William.
Vanuatu sta comunque cercando di mobilitare la comunità internazionale. L’arcipelago ha infatti promosso una risoluzione alle Nazioni Unite sul cambiamento climatico con l’obiettivo di ottenere maggiori aiuti finanziari e responsabilizzare gli Stati più inquinanti.
L’iniziativa si basa anche su un parere espresso lo scorso anno dalla Corte Internazionale di Giustizia, secondo cui i Paesi potrebbero essere ritenuti giuridicamente responsabili per la propria inattività sul fronte climatico. Gli Stati Uniti di Trump starebbero cercando di ostacolare la mozione, che, anche se approvata, non garantirebbe comunque risultati immediati. Cresce infatti il timore che, anche qualora dovessero arrivare nuovi interventi e finanziamenti internazionali, per molte aree di Vanuatu possa ormai essere troppo tardi.
FONTE: THE ECONOMIST
Photo credit: Simon_sees from Australia, CC BY 2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons