Il Medio Oriente di cui sentiamo parlare così spesso negli ultimi tempi, di fatto, non esiste più. O almeno, non è più quello che conoscevamo. Il baricentro geopolitico della regione è stato radicalmente ridefinito dal nuovo conflitto nel Golfo che ha spazzato via equilibri già precari, dando vita a un ordine completamente inedito.
Secondo diversi analisti, il quadro geopolitico della regione tende sempre più a organizzarsi attorno a due distinti poli di aggregazione. Da un lato vi è quello che alcuni osservatori definiscono ‘asse di Abramo’, imperniato sulla cooperazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e collegato, in misura diversa, a partner quali India, Grecia e Cipro. Dall’altro emerge una coalizione di Paesi a maggioranza musulmana che vede Arabia Saudita e Pakistan tra i suoi principali punti di riferimento e nella cui orbita gravitano anche Turchia, Qatar ed Egitto.
Pur non configurandosi come blocchi rigidi o formalmente istituzionalizzati, queste convergenze riflettono la ridefinizione delle alleanze che stanno plasmando il nuovo scenario mediorientale.
Le origini del cosiddetto “asse di Abramo” vengono generalmente ricondotte agli Accordi di Abramo del 2020, promossi dall’amministrazione Trump e sottoscritti inizialmente da Israele ed Emirati Arabi Uniti. Da qui si fa risalire anche la nascita del gruppo I2U2, un quadro di cooperazione che riunisce India e Israele (le due “I”) con Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti (le due “U”). L’iniziativa è stata concepita per favorire la collaborazione in settori strategici quali energia, sicurezza alimentare e idrica, infrastrutture, trasporti e innovazione tecnologica.
Il cosiddetto “blocco islamico”, invece, si è sviluppato in parte come risposta ai nuovi equilibri regionali emersi negli ultimi anni. La crescente percezione di un minore coinvolgimento statunitense nella sicurezza del Medio Oriente ha spinto diversi attori regionali a rafforzare i propri legami strategici. In questo contesto si inserisce anche il progressivo avvicinamento tra Arabia Saudita e Pakistan in ambito militare e di sicurezza.
Se nel breve periodo l’intesa ha evidenziato alcune fragilità, soprattutto a seguito delle tensioni con l’Iran, che hanno esposto Islamabad al rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto, il suo significato va ben oltre le contingenze del momento. Essa rappresenta infatti il tentativo delle potenze regionali di costruire nuovi meccanismi di sicurezza in un contesto internazionale sempre più instabile, segnato dal progressivo ridimensionamento del ruolo statunitense e dalla necessità di colmare il vuoto strategico lasciato da Washington.
È quindi corretto affermare che il conflitto abbia accelerato e reso più visibili alcuni cambiamenti in atto, ma sarebbe riduttivo considerarlo l’origine di tali trasformazioni. Le dinamiche che stanno ridisegnando gli equilibri regionali affondano infatti le proprie radici in processi politici, economici e strategici sviluppatisi nel corso degli ultimi anni. Ciò non toglie che leader come Donald Trump e Benjamin Netanyahu abbiano più volte dichiarato apertamente l’intenzione di contribuire a una ridefinizione profonda dell’assetto regionale.
Anche dal punto di vista della terminologia, il concetto di Medio Oriente è oggi al centro del dibattito. Secondo diversi osservatori, tra cui Ishaan Tharoor, il nuovo quadro geopolitico rende la nozione tradizionale sempre meno adeguata, spingendo a preferirvi quella di ‘Asia Occidentale’. Il motivo risiede nel fatto che la regione non può più essere concepita come uno spazio separato dall’Asia Meridionale, proprio a causa dell’emergere di nuove reti di cooperazione e di sicurezza. Queste dinamiche coinvolgono contemporaneamente Paesi arabi, India e Pakistan, dando vita a intrecci strategici che travalicano i confini storicamente associati al contesto mediorientale.
FONTE: IL CORRIERE DELLA SERA