giovedì, Luglio 16, 2026

L’Eurasia si riprende il centro del mondo

Dall’ascesa della Cina alla competizione con gli Stati Uniti: il progressivo spostamento del baricentro geopolitico verso l’Asia

by Rachele Gabbin
L’Eurasia si riprende il centro del mondo

Ieri sera sono cominciati i tanto attesi mondiali di calcio che dureranno fino a luglio e saranno seguiti da vicino da molti, leader mondiali compresi. Tra questi vi è anche Xi Jinping, noto appassionato calcistico, che con ogni probabilità assisterà ancora una volta a un torneo destinato a essere dominato dalle tradizionali potenze calcistiche europee e americane, mentre una vittoria asiatica continua a rimanere un obiettivo lontano.

Per alcune settimane, dunque, il primato sarà dell’Occidente. Una volta conclusa la competizione, tuttavia, sarà la realtà geopolitica ed economica a riprendere il sopravvento. In quel contesto, l’Asia tornerà ad occupare il ruolo centrale che si è progressivamente conquistata negli ultimi decenni.

Già agli albori della geopolitica moderna, Halford Mackinder teorizzò la centralità dell’Eurasia come il vero ‘cuore del mondo’. Se il Novecento atlantico aveva smentito questa tesi, il presente la sta riproponendo con forza, complice lo straordinario dinamismo economico dei Paesi asiatici, con cui lo stesso Donald Trump si trova a dover fare i conti.

Questo spostamento dell’asse globale si riflette persino nel linguaggio della geografia: il termine ‘Medio Oriente’, espressione di una visione eurocentrica, cede sempre più il passo a ‘Asia Occidentale’.

Di questa transizione sono pienamente consapevoli leader autoritari come Xi e Putin. Quando Mosca e Pechino sostengono che “l’Oriente è in ascesa e l’Occidente è in declino”, intendono affermare proprio questa nuova centralità asiatica, potendo contare sul sostegno di regimi solidali come quelli di Corea del Nord e Iran.

È proprio questo presupposto ad aver legittimato, agli occhi dei due leader, l’aggressione russa in Ucraina e ad aver portato alla creazione della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative) cinese: una fitta rete di porti, ferrovie, pipeline e fibre ottiche che avvolge l’Eurasia e sconfina in Africa, configurando un vero e biologico colonialismo infrastrutturale teso alla conquista dei mercati.

Una realtà di cui la comunità internazionale è ormai conscia: da inizio anno, una ventina di capi di Stato e di governo si è recata in pellegrinaggio a Pechino dal ‘nuovo imperatore’. Chi per chiedere favori, chi per interessi commerciali e chi, come Trump, per trattare da pari a pari, riconoscendo alla Cina lo status di superpotenza.

In parallelo alla politica e alla diplomazia (con le mire su Taiwan sempre in prima linea e la recente visita ufficiale a Kim Jong-un) Xi sta puntando con decisione su un modello autarchico. L’obiettivo è una Cina autosufficiente, capace di produrre autonomamente tutto ciò di cui la popolazione ha bisogno e, al contempo, pronta a inondare i mercati esteri con merci spesso vendute sottocosto.

Questa strategia di dumping commerciale infastidisce non poco Washington. Nella Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata lo scorso novembre, la Casa Bianca ha ribadito che l’area dell’Indopacifico sarà il vero “campo di battaglia economico e geopolitico” in cui gli Stati Uniti sono chiamati a competere.

Le dichiarazioni, tuttavia, non bastano a delineare una strategia e gli Stati Uniti di Trump danno spesso segnali contrastanti in merito alla loro relazione con Pechino. Allo stesso tempo, però, Washington può far fronte a questa confusione grazie a una preziosa risorsa geografica che manca all’Europa: gli USA sono un Paese bagnato da due oceani. Il fatto che uno di questi si affacci direttamente sull’Asia consente loro di spostare facilmente navi militari e merci, oltre a stringere alleanze strategiche in un’area con cui, di fatto, confinano attraverso il mare.

 

FONTE: IL CORRIERE DELLA SERA

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