Intervistato da Vatican News, il Vicepresidente per i Finanziamenti allo Sviluppo della Banca Mondiale, Aki Nishio, ha descritto la forte polarizzazione che caratterizza il mondo contemporaneo, parlando apertamente di un pianeta diviso in due velocità.
Se da un lato, infatti, vi sono Paesi in via di sviluppo che stanno compiendo progressi significativi, dall’altro ve ne sono alcuni completamente bloccati in una fase di stasi, da lui definite vere e proprie ‘development-free zones’ (zone prive di sviluppo).
La Banca Mondiale mantiene un impegno costante su questo fronte. L’Associazione Internazionale per lo Sviluppo (IDA), sua componente fondamentale, concentra gran parte dei propri sforzi sugli Stati fragili e colpiti da conflitti, tanto che circa il 40% dei suoi finanziamenti è destinato ai Paesi che affrontano le maggiori condizioni di instabilità e vulnerabilità.
In queste regioni, la stagnazione dello sviluppo è causata principalmente dal sovrapporsi di criticità sistemiche quali la povertà, la debolezza delle istituzioni e le guerre. Anche il cambiamento climatico, negli ultimi anni, sta colpendo duramente queste nazioni, che paradossalmente sono tra le meno responsabili del fenomeno.
Secondo il Vicepresidente, al di là del dovere umanitario che impone di impegnarsi per il progresso di tali nazioni, il destino di queste ultime ha forti ripercussioni su scala globale: “Se dovesse emergere un’altra pandemia in uno di questi Paesi, l’intero pianeta ne subirebbe le conseguenze”.
Questo perché i sistemi sanitari di tali realtà sono fragili e impreparati, il che rischia di far diffondere le malattie senza che vengano intercettate in tempo, permettendo loro di varcare i confini e trasformarsi in minacce globali. Di conseguenza, rafforzare l’assistenza sanitaria, le infrastrutture e i servizi pubblici essenziali diventa fondamentale non solo per il benessere delle comunità locali, ma per la stessa stabilità internazionale.
Parlando a grandi linee, Nishio ha poi parlato di come sebbene gli indicatori economici siano importanti, per capire la qualità di vita di una nazione bisogna guardare soprattutto alla quotidianità della gente.
Nishio sottolinea inoltre che, pur rimanendo rilevanti, gli indicatori economici non sono sufficienti da soli a misurare il progresso di un Paese. A suo avviso, il vero sviluppo si riflette soprattutto nel miglioramento concreto delle condizioni di vita della popolazione. A questo proposito ha richiamato il caso del Kenya che, dall’ingresso tra i beneficiari dell’IDA negli anni Sessanta, ha registrato significativi progressi sia nell’aspettativa di vita sia nell’accesso ai servizi sanitari.
Secondo il Vicepresidente, risultati di questo tipo non possono essere ricondotti a un singolo ambito di intervento. I progressi in campo sanitario, infatti, sono strettamente interconnessi con investimenti nell’istruzione, nelle infrastrutture e nell’efficienza dei servizi pubblici.
Gli ospedali necessitano di energia elettrica per conservare vaccini e medicinali, le reti di trasporto sono essenziali per garantire l’accesso alle cure e la distribuzione dei presidi medici, mentre l’istruzione permette alle comunità di comprendere e utilizzare in modo efficace i servizi sanitari disponibili.
Inoltre, dalla sua istituzione, 33 Paesi sono usciti dal programma di sostegno dell’IDA e 25 di essi vi hanno successivamente fatto ritorno in qualità di donatori. Tra questi spicca la Corea del Sud: un tempo tra i principali beneficiari dell’assistenza internazionale, oggi figura tra i maggiori contributori del fondo. “Non abbiamo chiesto loro di tornare”, afferma Nishio, aggiungendo: “Sono venuti di loro spontanea volontà perché l’IDA ha funzionato per loro”.
La Corea del Sud non rappresenta tuttavia un caso isolato. Numerosi Paesi dell’Asia e dell’Europa orientale hanno seguito percorsi analoghi, trasformando profondamente le proprie economie e scegliendo, in una fase successiva, di sostenere altri contesti alle prese con le stesse sfide che essi stessi avevano affrontato in passato.
FONTE: VATICAN NEWS