mercoledì, Luglio 15, 2026

Il Papa a Lampedusa: “L’Europa è in grado di affron­tare il feno­meno migra­to­rio”

by Andrea Martucci
Il Papa a Lampedusa

Leone XIV si è recato in visita pasto­rale a Lam­pe­dusa. Prima tappa al cimi­tero dell’isola, quindi alla Porta d’Europa e al molo Fava­loro. Infine ha rag­giunto il campo spor­tivo dove ha cele­brato la messa. Queste le parole del Pontefice.

“Dio ci ama sem­pre per primo. La bel­lezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua ini­zia­tiva gra­tuita: l’amore ci pre­cede, ci cir­conda e ci raduna. Sono grato al Signore di potervi visi­tare, sulle orme di Papa Fran­ce­sco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lam­pe­dusa nel suo primo viag­gio da Suc­ces­sore di Pie­tro.

Gli Apo­stoli, come sapete, hanno navi­gato nel Medi­ter­ra­neo e spe­ri­men­tato l’ospi­ta­lità degli abi­tanti delle sue isole e delle sue coste, da mil­lenni cro­ce­via di civiltà. Il Van­gelo risuona dove i popoli si incon­trano, le per­sone si accol­gono, le loro vicende si intrec­ciano, le diverse cul­ture si pon­gono in dia­logo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il con­tatto è evi­tato, lo scam­bio è inter­rotto. In que­sto senso, la para­bola del buon Sama­ri­tano, appena pro­cla­mata, descrive una sto­ria che con­ti­nua (cfr. Lc 10, 25-37) e l’Enci­clica Fra­telli tutti ci ha aiu­tato a rileg­gerla nelle dram­ma­ti­che cir­co­stanze sto­ri­che in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sem­pre per l’oggi e ci porta in una con­ver­sa­zione da cui uscire tra­sfigu­rati. Come rispon­de­remo, dun­que, all’amore di chi ci ha amati per primo?

Caris­simi, oggi Lam­pe­dusa e Linosa si tro­vano su una strada peri­co­losa come quella che scen­deva da Geru­sa­lemme a Gerico (cfr. v. 30). Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di bri­ganti che por­tano loro via tutto, li per­cuo­tono a san­gue e se ne vanno, lascian­doli mezzi morti (cfr. Lc 10, 30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giun­gere dove spe­ra­vano. Avver­tiamo però la loro pre­senza, che ci inter­pella non meno di quanti sono sbar­cati, biso­gnosi di atten­zione e di soc­corso. Prima di qua­lun­que conside­ra­zione intel­let­tuale e con­vin­zione ideo­lo­gica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spo­gliato di tutto, chiama alla pros­si­mità. La Let­tera agli Ebrei ci ha detto: «Ricordatevi […] di quelli che sono mal­trat­tati, per­ché anche voi avete un corpo» ( Eb 13, 3). È il cen­tro della para­bola evan­ge­lica: pros­simi ci si fa, pros­simo si diventa (cfr. Lc 10, 36-37)!

Sono venuto a rin­gra­ziarvi, fra­telli e sorelle di Lam­pe­dusa, per la pros­si­mità che molti fra voi hanno scelto di eser­ci­tare. È avve­nuto ancora il mira­colo della com­pas­sione — «vide e ne ebbe com­pas­sione» (v. 33) —: una rivo­lu­zione inte­riore che fa affio­rare in noi il “sen­tire” di Dio e allarga i pen­sieri, il cuore e la vita. Dico gra­zie ai volon­tari, alle asso­cia­zioni, rac­colte nel “Forum Lam­pe­dusa Soli­dale”, alle isti­tu­zioni civili, alla Guar­dia Costiera, ai Sin­daci e alle ammi­ni­stra­zioni che nel tempo si sono suc­ce­duti; gra­zie ai dia­coni, ai preti, alle reli­giose, ai medici, agli psi­co­logi, agli edu­ca­tori; gra­zie alle forze di sicu­rezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme. Sì, per­ché tra voi è l’amore a essersi orga­niz­zato, quell’amore di cui la com­pas­sione, che vede il fra­tello in mare, è come il primo fre­mito, la chia­mata pro­fonda a osare ciò che mai avre­ste pen­sato. Saluto le per­sone migranti che sono qui: loro stesse non hanno sol­tanto rice­vuto, ma molte volte eser­ci­tato la soli­da­rietà nel loro viag­gio, come poveri che aiu­tano i più poveri. Gra­zie, fra­telli e sorelle, per­ché non c’è niente di scon­tato nel vostro farvi pros­simi, niente di auto­ma­tico.

La para­bola ce lo rac­conta: l’amore è sem­pre nella libertà e la libertà sta nelle deci­sioni. C’è anche chi sce­glie di non farsi pros­simo e chi decide di non deci­dere. I morti in que­sto mare sono vit­time sia di deci­sioni prese, sia di deci­sioni man­cate. Il disin­te­resse per il bene comune e la cor­ru­zione nei luo­ghi di pro­ve­nienza, un sistema eco­no­mico mon­diale che genera povertà ed esclu­sione, la paura che ali­menta pre­giu­dizi e disprezzo, l’idea che tali pro­blemi non ci riguar­dano, i cal­coli cri­mi­nali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e dif­fi­cile pas­sag­gio da una mera gestione delle emer­genze all’ela­bo­ra­zione di poli­ti­che orga­ni­che e con­di­vise: tutto que­sto ripro­duce oggi, del rac­conto evan­ge­lico, la fretta di “pas­sare oltre” (cfr. vv. 31.32).

Nella para­bola, un sacer­dote si trova lì «per caso» (v. 31), e dopo di lui un levita. Entrambi vedono, ma pas­sano oltre. Pur­troppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di con­ta­mi­narsi nel con­tatto con gli altri, negando così — per­sino davanti alla sof­fe­renza e alla morte — la comune ori­gine in Dio, l’infi­nita dignità di ogni essere umano e la chia­mata all’amore senza limiti. È tempo di rico­no­scere e affer­mare che l’appar­te­nenza reli­giosa non deve mai diven­tare motivo di discri­mi­na­zione, quasi che la fede abbia con­fini e non sia invece chia­mata uni­ver­sale alla sal­vezza. Dove c’erano muri di sepa­ra­zione, Cri­sto li ha abbat­tuti (cfr. Ef 2, 14). Non c’è amore di Dio senza amore del pros­simo, e non c’è pros­simo se io non mi avvi­cino. Fer­marsi, com­muo­versi, abbas­sarsi, pian­gere davanti al dolore altrui — come ha fatto Gesù — signi­fica entrare nel movi­mento dell’amore, quello in cui Dio si è rive­lato.

Caris­simi, chi si lascia por­tare in que­sta dina­mica di com­pas­sione, di mise­ri­cor­dia, ini­zia a vivere diver­sa­mente, a essere cit­ta­dino diver­sa­mente, a lavo­rare diver­sa­mente. Allora può sor­gere dav­vero la civiltà dell’amore, quella pro­spet­tata dai miei santi pre­de­ces­sori Gio­vanni XXIII, Paolo VI e Gio­vanni Paolo II. Insieme a un gran numero di pro­feti e mar­tiri del secolo scorso, essi hanno com­preso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la mise­ri­cor­dia sa rispon­dere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di que­sti giganti, siamo entrati in un mil­len­nio in cui dare forma spi­ri­tuale, cul­tu­rale, giu­ri­dica, poli­tica, eco­no­mica alla civiltà dell’amore. L’enor­mità del dolore che osser­viamo ci fac­cia cogliere la radi­ca­lità di que­sta chia­mata.

Come il Sama­ri­tano, pos­siamo cam­biare pro­gramma e dire­zione. Più del Sama­ri­tano abbiamo risorse e oppor­tu­nità per dare con­cre­tezza sto­rica alla spe­ranza. Lui «si fece vicino, gli fasciò le ferite, ver­san­dovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua caval­ca­tura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui» ( Lc 10, 34). Noi abbiamo ugual­mente da rico­no­scere che «la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spet­ta­co­lare, ma da una somma di fedeltà pic­cole e tenaci, che fanno argine alla disu­ma­niz­za­zione» (Lett. enc. Magni­fica huma­ni­tas, 213). Di que­sto, amici di Lam­pe­dusa, voi siete testi­moni! Qui, con­fron­tan­dosi con voi, si capi­sce meglio il nostro tempo e ognuno può veri­fi­care la dire­zione della pro­pria vita. «Certo, non tutti hanno lo stesso potere di inci­dere sulla realtà […]. Eppure, nes­suno è senza respon­sa­bi­lità. Ognuno dispone di un pro­prio ambito di azione, e lì — non altrove — è chia­mato a sce­gliere se ali­men­tare la logica della forza (anche solo con indif­fe­renza, cini­smo, men­zo­gna, odio), oppure custo­dire la logica della pace (con verità, sobrietà, pros­si­mità, cura)» ( ibid., 212).

Perciò, da que­sto estremo lembo d’Europa nel Mare Medi­ter­ra­neo, si vede meglio la chia­mata epo­cale che il feno­meno migra­to­rio rivolge alle società euro­pee. Anche per que­sto aspetto — come per quelli della tran­si­zione eco­lo­gica e della pro­mo­zione della pace — l’Europa pos­siede un poten­ziale unico, che le deriva dalla sua sto­ria e dalla sua cul­tura, e quindi una pari respon­sa­bi­lità. Per la sua posi­zione geo­gra­fica e per il suo assetto isti­tu­zio­nale, l’Europa è in grado — in quest’area — di affron­tare la crisi in modo orga­nico, inse­rendo il primo soc­corso in un piano stra­te­gico di lungo periodo, capace di acco­gliere, pro­teg­gere, pro­muo­vere e inte­grare i migranti e, nello stesso tempo, lavo­rando per lo svi­luppo, così che nes­suno sia costretto a emi­grare. Tutto que­sto vigi­lando sul rispetto della dignità di ogni per­sona. È un com­pito delle isti­tu­zioni pub­bli­che ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.

Sorelle e fra­telli, come dicevo recen­te­mente a Tene­rife, durante il viag­gio apo­sto­lico in Spa­gna, anche a Lam­pe­dusa la cul­tura dell’acco­glienza ha una voca­zione turi­stica, che — pur­troppo — può sen­tirsi minac­ciata dalle rotte migra­to­rie e svi­lup­parsi nell’indif­fe­renza, o per­sino in con­trap­po­si­zione ai loro aspetti dram­ma­tici. Per molti, infatti, vacanza è solo distra­zione, leg­ge­rezza, spen­sie­ra­tezza. Allora sem­bra che si debba innal­zare un muro invi­si­bile fra il mare dei nau­fra­ghi e quello dei vacan­zieri. Abbiate l’auda­cia di pen­sare diver­sa­mente. Poco a poco, con crea­ti­vità, riu­sci­rete a far sì che chiun­que tra­scorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diven­tare più umano misu­ran­dosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha inse­gnato, con gli incon­tri che vi hanno edu­cato. C’è auten­tico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritro­vato; e vero benes­sere quando l’eco­no­mia è giu­sta e fra­terna. In que­sta eco­no­mia la cura per il creato e l’ami­ci­zia sociale si sal­dano in una sin­tesi di cui l’uma­nità è oggi alla ricerca.

La prima Let­tura ci ha ricor­dato che, pra­ti­cando l’ospi­ta­lità, «alcuni, senza saperlo, hanno accolto degli angeli» ( Eb 13, 2). Siate dun­que, nel pic­colo, pro­fe­zia di ciò cui pos­siamo ten­dere insieme su grande scala. A bene­fi­ciarne sarete voi per primi e le vostre fami­glie, supe­rando le divi­sioni e le diver­genze che solo la carità può scio­gliere. La par­roc­chia, in par­ti­co­lare, sia una comu­nità dove, alla scuola del Van­gelo, si impara insieme ad acco­gliere, accom­pa­gnare e inte­grare, in stile di comu­nione.

Abbiamo qui, accanto all’altare, l’imma­gine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lam­pe­dusa. Sapete forse che Sant’Ago­stino amava descri­vere la vita umana come navi­ga­zione nel mare in tem­pe­sta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lascia­moci vin­cere dalla paura, ma guar­diamo alle fati­che quo­ti­diane come a un tempo di oppor­tu­nità e testi­mo­nianza. La vostra fede, caris­simi, sia allora inten­si­fi­cata da que­sti anni di prova e di impe­gno gene­roso. Torni que­sta vene­rata Imma­gine a par­larvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha tra­smessa la devo­zione si affi­dava all’inter­ces­sione della Ver­gine con radi­cale sin­ce­rità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comu­nità cri­stiana è chia­mata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comu­nità di Lam­pe­dusa e Linosa, non man­chi mai il respiro della fede, della spe­ranza e della carità: “O’scià!”.

Foto Ansa

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