Un tribunale di Sydney ha respinto giovedì la richiesta avanzata dai legali di Naveed Akram di oscurare i nomi e gli indirizzi dei suoi familiari più stretti. La decisione chiude, almeno per ora, un capitolo parallelo a quello del processo principale: quello della protezione della madre, del fratello e della sorella di un uomo che l’Australia intera conosce come il presunto autore di uno degli attacchi più sanguinosi della storia recente del paese.
Akram, 24 anni, è accusato di 59 capi d’imputazione per l’attacco compiuto lo scorso dicembre durante un festival ebraico sulla spiaggia di Bondi, a Sydney, in cui hanno perso la vita 15 persone. Da allora è detenuto in un carcere di massima sicurezza, e giovedì ha seguito l’udienza in videoconferenza.
I suoi avvocati avevano chiesto al giudice Hugh Donnelly di confermare l’ordine di soppressione provvisoriamente disposto il mese scorso, sostenendo che i familiari dell’imputato erano già stati oggetto di abusi e rischiavano di essere presi di mira da gruppi di vigilantes. Le testimonianze depositate in tribunale dipingevano un quadro inquietante: persone fermate davanti all’abitazione della famiglia a urlare insulti e minacce di morte, messaggi e telefonate con contenuti intimidatori. «Viviamo nella costante paura che qualcuno ci faccia del male o dia fuoco alla nostra casa», aveva scritto la madre di Akram in una dichiarazione. «Temo per la mia vita e per quella dei miei figli.»
Il giudice Donnelly ha tuttavia ritenuto che queste circostanze, per quanto gravi, non fossero sufficienti a giustificare un provvedimento così restrittivo. Il caso, ha spiegato, ha suscitato un interesse pubblico, un’indignazione e un dolore «senza precedenti» in Australia e nel mondo, e le informazioni sui familiari di Akram erano già ampiamente circolanti online. Un ordine di soppressione, ha aggiunto, avrebbe avuto un’efficacia molto limitata: si sarebbe applicato esclusivamente sul territorio australiano, senza alcuna presa sui social media o sui media stranieri. La richiesta di un provvedimento valido per 40 anni, poi, non soddisfaceva secondo il giudice la soglia delle circostanze eccezionali prevista dalla legge.
Diversi organi di stampa si erano opposti alla misura, e i loro legali avevano sottolineato come i dati in questione fossero già di dominio pubblico e come non esistessero prove di un rischio imminente e concreto per i familiari. Il tribunale ha inoltre osservato che fratello e sorella di Akram avevano «poca rilevanza per il processo», essendo improbabile che venissero coinvolti nelle udienze.
La vicenda pone una questione delicata, che va al di là del caso specifico. In un clima di forte carica emotiva, i familiari di chi è accusato di crimini efferati si trovano spesso esposti a una pressione sociale difficile da gestire, pur non avendo alcuna responsabilità nei fatti contestati. La linea tra trasparenza giudiziaria e tutela delle persone coinvolte indirettamente è sottile, e le corti sono sempre più chiamate a tracciarla in contesti in cui i social media amplificano ogni dettaglio in tempo reale.
Il processo principale a Naveed Akram è ancora nelle sue fasi preliminari e nei prossimi mesi sarà al centro dell’attenzione mediatica australiana e internazionale.
Fonte: BBC
Photo credit: Rocco Fazzari