giovedì, Luglio 16, 2026

La crisi alimentare che continua a travolgere l’Afghanistan

Secondo l’OMS nel 2026 quasi 3,7 milioni di bambini rischiano la malnutrizione acuta. Tra crisi economica, cambiamento climatico e rimpatri forzati, l'emergenza umanitaria continua ad aggravarsi

by Rachele Gabbin
La crisi alimentare che continua a travolgere l'Afghanistan

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato un nuovo, drammatico allarme sulla crisi umanitaria in Afghanistan. Le stime per il 2026 delineano uno scenario catastrofico: circa 3,7 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono, o rischiano di soffrire, di malnutrizione acuta, e quasi 95.000 di loro potrebbero morire a causa della carenza di cibo.

Nonostante la gravità di un’emergenza che si protrae ormai da anni, il dramma del popolo afghano rischia oggi di scivolare ai margini dell’attenzione internazionale, oscurato da altre crisi globali. A subire le conseguenze più pesanti sono circa 17 milioni di afghani, con un impatto devastante sui gruppi più vulnerabili, in particolare donne e bambini.

La situazione è il risultato di una combinazione di fattori: una persistente instabilità economica, il susseguirsi di epidemie, gli effetti degli shock climatici e un accesso sempre più limitato ai servizi sanitari essenziali. A ciò si aggiunge il crescente isolamento del Paese, accentuato dalla chiusura del confine con il Pakistan, conseguenza del netto deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Kabul e Islamabad.

Anche le tensioni in Medio Oriente hanno avuto ripercussioni significative sulla regione: il blocco dello Stretto di Hormuz, il conseguente aumento dei prezzi dei carburanti e i rallentamenti nelle catene di approvvigionamento globali hanno parzialmente compromesso le operazioni del Programma Alimentare Mondiale (WFP).

In questo quadro già fragile si inserisce il costante afflusso di cittadini afghani rimpatriati d’urgenza da Pakistan e Iran. Secondo le stime, nel 2025 sono rientrate in Afghanistan circa 2,8 milioni di persone, mentre nei primi mesi del 2026 i rimpatri hanno già superato le 500.000 unità. Questo flusso ininterrotto aumenta la pressione su comunità già allo stremo e rende quasi impossibile garantire un’assistenza adeguata.

Per far fronte all’emergenza e continuare le operazioni nei prossimi sei mesi, il WFP stima di aver bisogno di 350 milioni di dollari. Il vicedirettore esecutivo dell’agenzia, Carl Skau, ha ribadito sul portale delle Nazioni Unite come l’allarme sia stato lanciato ormai da tempo, descrivendo una situazione in costante peggioramento, con un numero crescente di famiglie provenienti dal Pakistan che attraversando il confine per fare ingresso in un Paese dove spesso non conoscono nessuno, non hanno un luogo in cui rifugiarsi e non sanno come procurarsi il cibo.

La sussistenza dell’Afghanistan dipende in larga misura dal settore primario. L’agricoltura impiega circa l’80% della forza lavoro nazionale, ma è anche il comparto più vulnerabile ai disastri naturali. Siccità prolungate e scarsità d’acqua hanno già compromesso le condizioni di vita di oltre metà della popolazione.

Come evidenziato dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), il prosciugamento dei fiumi e il progressivo collasso dei sistemi di irrigazione costringono molte comunità a scavare pozzi sempre più profondi, spesso senza successo. Anche nelle aree urbane l’approvvigionamento idrico è critico: secondo le stime, le principali fonti che alimentano la capitale Kabul potrebbero esaurirsi entro il 2030.

Inoltre, gli effetti del cambiamento climatico si manifestano attraverso dinamiche estreme e apparentemente contraddittorie. Alle lunghe siccità si alternano infatti precipitazioni violentissime che il terreno, ormai inaridito e impoverito, non riesce ad assorbire. Nelle ultime settimane centinaia di persone hanno perso la vita a causa di inondazioni e frane. Questi fenomeni, oltre a provocare vittime e distruggere infrastrutture, devastano i raccolti e compromettono la produttività futura dei terreni, condannando il Paese a una crisi alimentare a lungo termine.

 

FONTE: L’OSSERVATORE ROMANO

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