giovedì, Luglio 16, 2026

La guerra nell’era dell’intelligenza artificiale

L'IA accelera il processo decisionale, ridefinisce gli equilibri strategici e solleva nuovi interrogativi sul ruolo dell'uomo e sulla tutela della popolazione civile, in particolare dei bambini

by Rachele Gabbin
La guerra nell'era dell'intelligenza artificiale

L’Intelligenza Artificiale è ormai parte integrante della nostra quotidianità e della società moderna. Vi facciamo ricorso per le attività più disparate: dal supporto nel lavoro di tutti i giorni alla ricerca di consigli legati alla sfera personale. Tuttavia, l’impatto dell’IA va ben oltre l’uso che ne fanno i singoli cittadini.

I sistemi di automazione stanno ridisegnando i principali settori che compongono il nostro tessuto socioeconomico. Nel sistema sanitario, ad esempio, l’IA viene integrata alle tecnologie esistenti per formulare diagnosi più precise e accelerare la ricerca scientifica. Un caso emblematico è AlphaFold, utilizzato per prevedere la struttura delle proteine e progettare nuovi farmaci in pochi giorni anziché in anni. Gli algoritmi di IA sono inoltre diventati fondamentali in finanza per anticipare i trend di mercato, così come nel settore dei trasporti, dove i veicoli a guida autonoma sono ormai in grado di muoversi riconoscendo tempestivamente ostacoli, pedoni e segnaletica.

Tuttavia, il settore in cui le conseguenze dell’IA si fanno sentire con maggiore intensità, sollevando le maggiori perplessità, è senz’altro quello bellico.

L’arte della guerra ha subìto una trasformazione radicale con l’introduzione di questi sistemi. Se un tempo il processo che portava un soldato a colpire il nemico era un percorso puramente cognitivo, basato sulla ponderazione delle quattro fasi del ciclo OODA (osserva, orienta, decidi, agisci) per valutare una strategia e le sue ramificazioni, oggi questo ciclo scorre a una velocità disumanizzante. Il conflitto si trasforma così in un combattimento con il pilota automatico: una dinamica che abbiamo osservato prima nel lungo scontro tra Russia e Ucraina e che oggi vediamo riproporsi in Iran.

In questo scenario, la vera corsa agli armamenti non si gioca più sulle piattaforme visibili, ma sulla velocità dei singoli stati nell’acquisire flussi di dati, essenziali per addestrare e affinare gli algoritmi sul campo.

L’Ucraina ne è stata il primo esempio su scala globale: un’organizzazione no-profit ucraina ha raccolto oltre due milioni di ore di filmati di droni dal 2022, archiviando ogni giorno tra i cinque e i sei terabyte di nuovi dati provenienti dai combattimenti attivi.

Paesi come la Cina e la Russia lo hanno compreso e si stanno muovendo rapidamente per assicurarsi questo vantaggio strategico. Anche gli Stati Uniti dispongono di una solida infrastruttura tecnologica, ma si scontrano con un limite strutturale: i loro cicli di acquisizione dati e sviluppo dei modelli sono antiquati e seguono ancora le lente logiche di approvvigionamento non adatte ai nuovi software.

Guardando alla questione da un punto di vista strettamente etico, la ricercatrice Ingvild Bode, finanziata nei suoi progetti dal Consiglio Europeo della Ricerca, ha sollevato dubbi cruciali sul reale ruolo dell’uomo in questi scenari.

Il cuore del problema risiede in una domanda provocatoria: un operatore militare sta davvero esercitando un controllo o si limita a convalidare automaticamente l’output della macchina?

“A volte si hanno a disposizione appena dieci secondi per prendere una decisione,” spiega la ricercatrice, “un tempo difficilmente sufficiente per verificare in modo indipendente se il bersaglio debba effettivamente essere attaccato. Lasciando che sia l’IA a fare gran parte dell’analisi, l’essere umano diventa un supervisore passivo piuttosto che un controllore attivo. L’aggiunta di queste tecnologie aumenta la complessità in modi che possono superare le capacità cognitive umane. Trovo ciò preoccupante: ci consoliamo con l’idea che ci sia ancora un uomo ‘nel circuito’, ma quella persona potrebbe non avere la necessaria consapevolezza della situazione in quel preciso momento”.

I sistemi di automazione restano poi imprecisi: colpire un bersaglio in modo pulito è estremamente difficile e a farne le spese è soprattutto la popolazione civile. Tra i soggetti più colpiti ci sono i bambini, con un numero di vittime nei conflitti armati aumentato di oltre il 30% a causa della diffusione della ‘guerra tecnologica’.

Secondo i dati di Save the Children, un esempio emblematico di questa drammatica crisi è Gaza dove, dall’ottobre 2025, sono stati uccisi almeno 265 bambini: una media straziante di circa una vittima al giorno.

Questo incremento è dovuto principalmente all’uso massiccio di droni e sistemi d’arma a lungo raggio. Se da un lato queste tecnologie consentono di colpire obiettivi a grande distanza, dall’altro riducono drasticamente i tempi di reazione della popolazione e aumentano il rischio che gli attacchi coinvolgano aree densamente popolate. Di conseguenza, abitazioni, scuole, ospedali e infrastrutture civili finiscono sempre più spesso per essere distrutti o gravemente danneggiati nel corso delle operazioni militari.

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