Il vertice Nato di Ankara si apre con i numeri, prima ancora che con le dichiarazioni politiche. Nella prima giornata dedicata al Forum dell’industria della difesa, i Paesi alleati hanno messo nero su bianco contratti per un valore complessivo che sfiora i 50 miliardi di dollari, tra accordi multinazionali e intese bilaterali. Una cifra, secondo fonti dell’Alleanza, ancora provvisoria e destinata a crescere nelle prossime ore, man mano che si aggiungeranno le intese sull’iniziativa anti-drone, che da sola potrebbe valere altri 40 miliardi nell’arco dei prossimi cinque anni.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha usato parole nette per descrivere la svolta impressa al comparto industriale della difesa occidentale: un anno fa, al vertice dell’Aja, gli alleati si erano impegnati a portare la spesa complessiva per la sicurezza al 5% del Pil entro il 2035, di cui almeno il 3,5% destinato alle capacità militari vere e proprie. Oggi, secondo Rutte, quell’impegno comincia a tradursi in fatti concreti: nuove piattaforme per il rifornimento in volo, il rinnovo della flotta di sorveglianza aerea Awacs, l’acquisto di droni di ultima generazione e il potenziamento delle scorte di missili e munizioni per l’artiglieria.
Tra le operazioni annunciate figura l’acquisizione, da parte di Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia, di velivoli senza pilota ad alta quota destinati a rafforzare la capacità di sorveglianza dell’Alleanza, che si appoggia anche alla base italiana di Sigonella. A questo si aggiunge un’iniziativa di cooperazione industriale tra sponda europea e statunitense che coinvolge, tra gli altri, Italia, Spagna, Regno Unito, Polonia e i Paesi baltici.
La classifica della spesa: chi corre e chi rallenta
Al netto degli annunci sui nuovi contratti, il vertice ha riportato al centro dell’attenzione il tema più politico: quanto ciascun Paese sta effettivamente spendendo per la difesa. I dati diffusi dalla Nato confermano un quadro già emerso nei mesi scorsi: tutti i membri dell’Alleanza hanno ormai raggiunto la soglia storica del 2% del Pil, ma le distanze restano marcate quando si guarda al nuovo obiettivo del 3,5% fissato per il 2035.
In testa alla classifica restano i Paesi che si sentono più esposti al fianco orientale dell’Alleanza: Polonia, Lituania e Lettonia superano già oggi il 4% del Pil, seguite a ruota da Estonia e dagli altri Stati baltici, oltre alla Grecia, che per ragioni storiche legate alla tensione con la Turchia mantiene da tempo una spesa militare superiore alla media europea.
Più indietro si posiziona l’Italia, che secondo le cifre più recenti si attesta poco sopra il 2% del Pil, un dato che include voci come le pensioni militari e alcune componenti di mobilità e cybersicurezza riclassificate come spesa per la difesa. Il percorso verso il target del 2035 resta quindi in salita, e l’incognita più rilevante riguarda le risorse: Roma contava sul prestito europeo Safe, il fondo da 150 miliardi di euro pensato per finanziare il riarmo dei Paesi membri, il cui accesso però resta condizionato al rientro dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea per debito eccessivo.
Le pressioni di Trump e le tensioni nell’Alleanza
Sullo sfondo del vertice pesano le pressioni del presidente statunitense Donald Trump, che da tempo accusa gli alleati europei di non fare abbastanza e ha chiesto un innalzamento generale della spesa fino al 5% del Pil. Trump ha anche chiesto al Congresso americano di approvare un nuovo pacchetto da 350 miliardi di dollari per la difesa, segnale che Washington intende continuare a guidare la corsa agli armamenti anche sul piano interno.
Non mancano le frizioni: alcuni alleati hanno espresso irritazione per le recenti dichiarazioni di Rutte sul ruolo delle basi italiane nelle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, ricostruzione che il governo di Roma ha smentito. Restano aperti anche i nodi legati alla partecipazione della Turchia ai programmi di difesa europei e alla richiesta ucraina, rilanciata dal presidente Volodymyr Zelensky, di ottenere le licenze di produzione per i sistemi antimissile Patriot.
Il vertice, che si chiude oggi con la dichiarazione finale dei capi di Stato e di governo, dovrà chiarire come i singoli Paesi intendano tradurre gli impegni assunti in piani di spesa credibili. Per l’Europa, il nodo resta duplice: trovare le risorse necessarie senza compromettere i bilanci sociali, e garantire che l’aumento della spesa si traduca in una reale crescita delle capacità industriali comuni, evitando che il riarmo si trasformi in una somma di iniziative nazionali scoordinate.
Fonte: Il Corriere della Sera