sabato, Agosto 8, 2026

La tregua commerciale tra Trump e Xi si inceppa

Dai Boeing alla soia, gli impegni annunciati dopo il summit di maggio restano in gran parte sulla carta; Pechino prende tempo e Washington teme che lo stallo possa trasformarsi in un problema politico in vista delle elezioni di metà mandato

by Rachele Gabbin
La tregua commerciale tra Trump e Xi si inceppa

I risultati del summit di maggio tra Xi Jinping e Donald Trump, ampiamente celebrati dalla Casa Bianca come il primo passo verso un’intesa commerciale bilaterale, incontrano oggi pesanti ostacoli sulla strada della loro concretizzazione. Alla base dello stallo, come spesso accade, vi sono interessi politici.

Il primo nodo della trattativa riguarda l’acquisto da parte di Pechino di 200 aerei americani Boeing, per un valore stimato tra i 17 e i 19 miliardi di dollari. A distanza di mesi, la Cina ha posto come ulteriore condizione preliminare che gli Stati Uniti forniscano garanzie a lungo termine sulla fornitura dei pezzi di ricambio per i motori, congelando di fatto i negoziati.

Dal canto suo, la Casa Bianca ha rispedito la richiesta al mittente, sostenendo che l’assistenza post-vendita non facesse parte dell’intesa iniziale e accusando Pechino di ritardare deliberatamente le trattative.

A maggio, infatti, Trump aveva celebrato la vendita dei 200 Boeing come il primo tassello di un maxiordine da 750 velivoli; il resoconto ufficiale di Pechino, tuttavia, era diverso. Il Ministero del Commercio cinese aveva invece dichiarato sin da subito che l’accordo comprendeva “adeguate garanzie di approvvigionamento per motori e ricambi”, un dettaglio mai confermato da Washington.

A complicare la risoluzione del malinteso contribuisce l’assenza di un accordo formale scritto al termine del vertice.

Stando alle indiscrezioni la mossa di Pechino punta a ottenere una tutela preventiva: evitare che, in caso di un futuro deterioramento delle relazioni geopolitiche, Washington possa imporre sanzioni o un embargo sui ricambi, lasciando così a terra la flotta aerea cinese.

Il secondo punto di disaccordo riguarda l’impegno di Pechino ad acquistare prodotti agricoli statunitensi, soia in primis, per un valore di 17 miliardi di dollari all’anno fino al 2028 (con una quota riparametrata per il 2026).

Anche in questo caso, tuttavia, i fatti sembrano smentire le promesse. Stando ai dati del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, la Cina ha finora prenotato appena 1,3 milioni di tonnellate di semi di soia dal raccolto autunnale: un quantitativo ben lontano dai target concordati. “Gli acquisti hanno ripreso quota soltanto nelle ultime settimane”, ha spiegato un ex funzionario vicino all’amministrazione Trump. “In questo momento, a Washington si guarda a ciò che è stato effettivamente consegnato da Pechino, e la rabbia sta crescendo”.

Per la Casa Bianca, la piena ripresa delle esportazioni agricole, bloccate lo scorso anno a causa dello scoppio della guerra commerciale, è una priorità assoluta in vista delle imminenti elezioni di metà mandato. I principali produttori di soia si concentrano infatti negli Stati del Midwest, bacini elettorali cruciali e teatro di sfide politiche decisamente combattute. Se gli agricoltori americani non riescono a piazzare il proprio raccolto sul mercato cinese, l’impatto economico rischia di tradursi in una pesante perdita di voti per il partito di Trump.

Una dinamica che Pechino sembra gestire con estrema calcolatezza. Secondo Ali Wyne, esperto di Cina presso l’International Crisis Group, il governo cinese vede un preciso valore strategico nel ritardare l’acquisto: la manovra costringe infatti Washington a mantenere stabili le relazioni bilaterali pur di non veder sfumare le intese.“I funzionari cinesi sono convinti che sia Trump ad avere più bisogno di un solido rapporto con Xi, e non viceversa, specialmente per scongiurare una nuova rottura economica prima del voto americano” osserva Wyne. “Di conseguenza, da parte di Xi Jinping non c’è alcuna urgenza di perfezionare gli accordi”.

 

FONTE: POLITICO

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