A meno di due anni dall’inizio del suo mandato, il Primo Ministro britannico Keir Starmer si è ufficialmente dimesso. L’annuncio è arrivato nella giornata di lunedì 22 giugno con un discorso tenuto davanti al Numero 10 di Downing Street, la residenza ufficiale del capo del governo.
Dalle sue parole emerge tuttavia che l’uscita di scena non sarà immediata: Starmer rimarrà infatti in carica fino alla scelta di un successore, che sarà quasi certamente un altro esponente del suo stesso schieramento.
I Laburisti detengono infatti una solida maggioranza alla Camera dei Comuni, potendo contare su ben 403 parlamentari su 650. Prima di farsi da parte, il premier uscente ha chiesto di fissare il calendario per la corsa alla leadership del partito, stabilendo l’apertura delle candidature per il 9 luglio e la loro chiusura per il 16.
Il nome che circola con insistenza nelle ultime ore è quello di Andy Burnham, ex sindaco di Manchester, che sembra godere di una buona reputazione e di un consenso trasversale. Caratterizzato da una forte impronta di sinistra sociale, Burnham ha lasciato il segno soprattutto durante la pandemia e negli anni successivi, quando ha ingaggiato durissime battaglie contro il governo centrale per difendere i trasporti pubblici, i diritti dei lavoratori soprattutto nel Nord dell’Inghilterra.
Le dimissioni di Starmer, comunque, non sorprendono; al contrario, erano considerate inevitabili da settimane. La sua caduta è il risultato di una combinazione di fattori: da un lato, i continui cambi di rotta politici, le tensioni interne e le pesanti sconfitte subite dai laburisti nelle recenti elezioni amministrative hanno inferto un colpo fatale.
Secondo i media britannici, infatti, oltre cento parlamentari laburisti avrebbero chiesto apertamente un cambio di leadership nelle ultime settimane. Dall’altro lato, emergono elementi strutturali ben più profondi e ricorrenti, quasi sintomatici di un sistema istituzionale in profonda crisi.
Il Regno Unito si trova infatti di fronte al sesto cambio di Primo Ministro in appena sette anni. Da Theresa May a Boris Johnson, da Liz Truss a Rishi Sunak, fino a Starmer e al suo imminente successore, Westminster sta vivendo una frenesia politica impensabile fino a pochi anni fa. Sebbene la storia britannica ricordi periodi altrettanto turbolenti nel Settecento e nell’Ottocento, dal secondo dopoguerra la rotta sembrava essersi invertita, come dimostrano i lunghi e stabili mandati di Margaret Thatcher (11 anni) o Tony Blair (10 anni).
Queste dinamiche impongono una riflessione profonda. Le difficoltà economiche persistenti, il logorio del potere d’acquisto e la crescente volatilità dell’elettorato sono fattori chiave, ma è soprattutto la paralisi politica ed economica seguita alla Brexit, unita a nuove fratture sociali amplificate dai social media, a spiegare perché l’ufficio del Primo Ministro sia diventato, oggi, una missione a tratti impossibile.
“It’s the economy, stupid!” (“È l’economia, stupido!”): la celebre frase resa famosa dalla campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992 torna, quindi, nella mente di tutti oggi se si considera l’instabilità che sembra ormai diventata il tratto distintivo della vita politica britannica. “Tutto riconduce all’economia”, ha dichiarato alla CNN Raoul Ruparel, capo economista per il Regno Unito presso il Boston Consulting Group (BCG), spiegando che le scarse prestazioni del Paese “fanno parte di una sensazione più ampia secondo cui le cose forse non stanno migliorando”.
A peggiorare ulteriormente il quadro si è inserita la Brexit, un tempo aspramente criticata dallo stesso Starmer. Lungi dal rappresentare la svolta promessa, l’uscita dall’Unione Europea ha reso la Gran Bretagna più povera di quanto sarebbe stata altrimenti, ridimensionandone il prestigio internazionale. Il Paese si ritrova oggi non solo più profondamente diviso, ma persino incapace di riprendere il reale controllo dei propri confini.
Photo credit: No 10 Downing Street, OGL 3 <http://www.nationalarchives.gov.uk/doc/open-government-licence/version/3>, via Wikimedia Common