L’amministrazione Trump ha operato un cambiamento radicale nella politica estera statunitense riguardo alle leggi antigay in Africa. Rispetto alle posizioni assunte dalle precedenti amministrazioni Obama e Biden, che condannavano pubblicamente le legislazioni repressive nei confronti delle persone LGBTQ+, la Casa Bianca attuale ha scelto di ignorare in larga misura il tema, ridefinendo le priorità diplomatiche americane sul continente africano.
Il segnale più evidente è arrivato a maggio, quando il Parlamento del Ghana ha approvato una legge che prevede pene detentive fino a tre anni per le persone che si identificano come LGBTQ+. Washington è rimasta in silenzio, nonostante il provvedimento attenda ancora la firma del presidente John Mahama.
Un’inerzia che contrasta nettamente con la risposta dell’amministrazione Biden al caso Uganda: nel 2023, quando Kampala approvò una delle legislazioni antigay più severe al mondo, che arrivava a prevedere la pena di morte per alcuni atti omosessuali, gli Stati Uniti imposero restrizioni ai visti per alcuni funzionari ugandesi, tagliarono i finanziamenti per lo sviluppo e spinsero la Banca Mondiale a sospendere cinque miliardi di dollari di finanziamenti. L’Uganda fu inoltre espulsa dall’African Growth and Opportunity Act, che garantiva ai suoi prodotti un accesso preferenziale ai mercati americani.
Una svolta sistemica, non episodica
Il cambiamento non riguarda solo il Ghana o l’Uganda. Nelle ultime settimane, diversi Paesi africani hanno approvato misure che inaspriscono le sanzioni penali per le persone LGBTQ+. In Senegal, il presidente ha firmato una legge che raddoppia la pena massima per gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso, portandola a dieci anni, e che criminalizza la cosiddetta “promozione” dell’omosessualità. In Niger, la giunta militare ha introdotto nel codice penale misure analoghe, con pene fino a dieci anni di reclusione. Gli atti omosessuali sono attualmente illegali in più della metà dei 54 Stati africani.
Secondo quanto dichiarato da Anne Frühauf, responsabile della ricerca di analisi politica per l’Africa presso la società di consulenza Teneo, l’attuale amministrazione americana ha “meno appetito” per l’utilizzo della pressione finanziaria in nome dei diritti umani, e la chiusura dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale ha ulteriormente ridotto la leva economica di Washington nella regione.
Diritti umani in secondo piano rispetto agli interessi strategici
La nuova impostazione rientra in una visione più ampia della politica estera trumpiana, ispirata al principio dell'”America First“: gli aiuti e le relazioni diplomatiche vengono sempre più orientati verso obiettivi di sicurezza nazionale e accesso alle risorse strategiche — come i minerali critici della Repubblica Democratica del Congo —, nonché verso la lotta alle malattie come malaria, AIDS e tubercolosi.
Ciò non significa che l’amministrazione abbia rinunciato a qualsiasi forma di pressione sul continente. Washington ha imposto sanzioni ai comandanti delle Forze di supporto rapido sudanesi per le violazioni dei diritti umani e per l’aggressione militare in alcune zone del Paese, e ha sanzionato ufficiali militari del Ruanda per il sostegno al gruppo ribelle M23, che controlla vaste aree dell’est del Congo.
Le reazioni locali: tra resistenza culturale e preoccupazioni per i diritti
I governi africani coinvolti respingono le accuse occidentali come una forma di imperialismo culturale. Il presidente ugandese Yoweri Museveni, al potere dal 1986 e cristiano conservatore, ha accusato i Paesi occidentali di tentare di imporre i propri valori all’Africa. Anche i politici ghanesi hanno espresso posizioni simili: la Casa reale del Ghana, che consiglia il governo sui temi tradizionali, ha definito la cultura LGBTQ+ “un tabù, disumano e alieno alla nostra società”.
Sul fronte opposto, le organizzazioni per i diritti civili denunciano un peggioramento delle condizioni di vita delle persone LGBTQ+ nei Paesi interessati. Leila Lariba, direttrice di One Love Sisters Ghana, una ONG con sede ad Accra, ha riferito che le persone gay in Ghana devono affrontare quotidianamente ricatti, sfratti e violenze. Il timore, condiviso da numerosi gruppi per i diritti umani, è che il silenzio di Washington possa essere interpretato come un via libera tacito, incoraggiando ulteriori restrizioni legislative.
Un nuovo equilibrio geopolitico
Il mutato atteggiamento americano si inserisce in un contesto geopolitico in evoluzione, in cui l’influenza occidentale in Africa è contesa da potenze come Cina e Russia. L’amministrazione Trump sembra privilegiare la stabilità delle relazioni bilaterali e i ritorni strategici rispetto alla promozione dei diritti civili, lasciando di fatto campo libero ai governi africani che intendono legiferare in senso restrittivo sulle libertà individuali. Una scelta che, secondo i critici, rischia di lasciare sole le comunità più vulnerabili in un momento in cui avrebbero più che mai bisogno di protezione internazionale.
Fonte: The Wall Street Journal