C’è una buona notizia sul fronte sostenibilità: le foreste di mangrovie, dopo anni di rapido declino, stanno tornando a prosperare. Queste piante arbustive e arboree, che formano fitte foreste sempreverdi all’intersezione tra terra e acqua, sono di fondamentale importanza. Svolgono infatti un ruolo cruciale: proteggono milioni di persone dalle tempeste e assorbono enormi quantità di gas serra che surriscaldano il pianeta.
Un nuovo studio mostra che dal 2010 il mondo sta guadagnando più mangrovie di quante ne stia perdendo. Da un lato, questo è dovuto alla straordinaria capacità di queste foreste di rigenerarsi naturalmente una volta cessati i disboscamenti; dall’altro, la ripresa è stata agevolata da tutele legali più forti e da una maggiore consapevolezza pubblica della loro importanza, innescata soprattutto da disastri naturali.
In passato, l’espansione delle città costiere, l’agricoltura e il boom dell’allevamento ittico hanno minacciato gravemente la sopravvivenza di questi arbusti. Negli ultimi tre decenni del secolo scorso, l’Asia, l’Africa e le Americhe hanno perso oltre 12.000 chilometri quadrati di mangrovie.
Eppure, queste vengono spesso definite come “uno degli eroi ambientali meno celebrati al mondo” proprio per le loro straordinarie qualità ecologiche.
Non solo immagazzinano fino a cinque volte più anidride carbonica rispetto alle foreste terrestri, ma le loro radici intrecciate sono in grado di rallentare le onde, proteggendo le comunità costiere da mareggiate e tsunami. Queste stesse radici offrono un rifugio perfetto per molte specie di pesci e per la fauna marina, difendendoli dai predatori e garantendo cibo in abbondanza.
In Indonesia, sono state le disastrose conseguenze dello tsunami del 2004 a far comprendere agli abitanti l’importanza delle mangrovie, frenando drasticamente l’abbattimento degli alberi per far spazio agli allevamenti ittici. “Alcune isole erano coperte da mangrovie e dopo lo tsunami sono rimaste protette benissimo; questo ha aumentato la consapevolezza pubblica sull’importanza di tutelarle”, ha spiegato il dottor Zhen Zhang della Tulane University, autore principale dello studio.
Un cambio di rotta simile si è verificato anche in Myanmar, dove la sensibilità collettiva è cambiata radicalmente dopo il passaggio del devastante ciclone Nargis nel 2008, portando poi al divieto nazionale di disboscamento introdotto nel 2016.
In Brasile, così come in altri Paesi, nuove foreste di mangrovie hanno preso piede lungo i fiumi e le coste grazie a un’abbondante presenza di nutrienti nei sedimenti. Questo fenomeno, tuttavia, è stato paradossalmente favorito dalla distruzione delle foreste e dalle attività minerarie più a monte, che hanno spinto sostanze come l’azoto dai terreni verso i corsi d’acqua, a beneficio delle mangrovie a valle.
“Questa è una buona notizia per le mangrovie, ce ne sono più di quante pensassimo e stanno dimostrando la loro resilienza”, ha spiegato il dottor Pete Bunting della Aberystwyth University, coautore dello studio. “Ma è una buona notizia reale solo se a monte non c’è un disastro totale”.
Non ovunque, infatti, il bilancio è positivo. L’Africa occidentale e centrale sono diventate veri e propri fronti di distruzione: nel Delta del Niger, ad esempio, l’inquinamento da petrolio e il passaggio degli oleodotti stanno devastando gli arbusti. A questo si aggiunge la minaccia globale dei cicloni tropicali, responsabili di alcune delle perdite annuali più drammatiche registrate dallo studio, dall’Australia ai Caraibi.
Nonostante queste criticità, gli esperti restano ottimisti. “Ci stiamo muovendo nella giusta direzione, perché i dati mostrano una tendenza molto chiara alla diminuzione del tasso di perdita”, ha concluso il dottor Zhen Zhang ai microfoni di BBC News.
FONTE: BBC
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