Beirut è tornata a bruciare. L’8 aprile 2026 è entrata nella memoria dolorosa del Libano come una delle giornate più devastanti degli ultimi decenni: una serie di raid israeliani ha colpito la capitale e altre aree densamente popolate del Paese, provocando, secondo le prime stime del ministero della Salute libanese, oltre 250 morti e più di 700 feriti. Tra le vittime figurano donne, bambini e operatori sanitari. Alcuni dispersi risultano ancora intrappolati sotto le macerie.
Un attacco senza precedenti
«Non c’era mai stato un attacco del genere», ha dichiarato ai media vaticani l’arcivescovo Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, raggiunto telefonicamente dopo una lunga missione umanitaria nelle zone sud-est del Paese insieme al patriarca maronita Bechara Boutros Raï. «In dieci minuti ci sono stati dieci attacchi quasi contemporanei. Sono stati utilizzati tantissimi aerei da guerra israeliani — la stampa parla di una cinquantina, ma è da verificare.» Secondo il nunzio, le informazioni provenienti dai media israeliani indicano che i bombardamenti potrebbero proseguire con la stessa intensità per almeno 48 ore.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha espresso «indignazione» per quanto accaduto, sottolineando che armi esplosive ad ampio raggio hanno colpito quartieri urbani affollati senza efficaci avvertimenti preventivi. «La popolazione libanese stava trattenendo il respiro in attesa di un accordo di cessate il fuoco», ha dichiarato Agnès Dhur, capo della delegazione CICR in Libano, «ma un’ondata di bombardamenti letali ha gettato il Paese nel panico e nel caos.»
La Croce Rossa in prima linea
Sul terreno, la Croce Rossa Libanese ha dispiegato 100 ambulanze in tutto il Paese per raggiungere i civili colpiti, operando in condizioni estremamente difficili, con strade bloccate dai detriti e strutture sanitarie già al collasso. Il CICR sta lavorando con le autorità locali per inviare con urgenza materiali medici e kit per il trattamento dei feriti da arma.
Il nodo del Libano nella tregua Iran-Israele
Gli attacchi giungono a poche ore dall’annuncio della tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediata dal Pakistan. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di sostenere l’accordo, precisando tuttavia che il Libano ne è escluso. Una distinzione che l’arcivescovo Borgia commenta con cautela: «Capisco che sono due situazioni diverse, benché collegate. Da una parte l’Iran è collegato a Hezbollah, ma dall’altra Hezbollah costituisce per Israele un problema a parte.» Il nunzio si dice tuttavia convinto che un cessate il fuoco anche sul fronte libanese sia «fortemente auspicabile», aggiungendo che «una tregua riaprirebbe la porta alla diplomazia».
La voce della gente
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, è la sofferenza della popolazione a emergere con forza dalle testimonianze raccolte sul campo. L’arcivescovo Borgia descrive una città congestionata, con sirene e ambulanze che attraversano strade semideserte, e comunità del sud che vivono in un profondo isolamento. «Non si possono spostare — racconta — si sentono di portare un fardello e di portarlo da soli.» Molti sfollati, in particolare nella comunità sciita, hanno abbandonato case e attività senza sapere quando potranno farvi ritorno.
Un appello alla pace
In questo contesto, risuonano con forza le parole di Papa Leone XIV, che ha inviato un messaggio di vicinanza ai cristiani del sud del Libano e ha esortato tutti — credenti e non — a «intraprendere cammini di dialogo» per trovare soluzioni durature alla crisi. Parole che, riferisce il nunzio, «vengono apprezzate anche dai non cristiani», a testimonianza di quanto la voce della Chiesa venga percepita come un riferimento morale trasversale in un Paese lacerato da decenni di conflitti.
«La guerra è solo morte», conclude l’arcivescovo Borgia. «Il Libano desidera e merita la pace.»
Fonte: Vatican News
Photo Credit: Vatican News/ ANSA