In India, il governo Modi è finito sotto accusa dopo aver ridimensionato uno dei programmi di assistenza sociale più apprezzati a livello internazionale: il MGNREGA. Introdotto nel 2005, questo piano ha rappresentato per anni un fondamentale paracadute sociale per le classi meno agiate, in particolare nelle aree rurali più isolate.
Il meccanismo alla base era semplice quanto efficace: qualsiasi famiglia residente in campagna aveva il diritto legale di richiedere e ottenere almeno cento giorni di lavoro retribuiti all’anno, solitamente impiegati in opere pubbliche come la costruzione di strade, canali o lo scavo di pozzi. La vera forza del programma risiedeva nella sua natura vincolante: lo Stato era obbligato a garantire l’impiego o, in alternativa, a versare un sussidio di disoccupazione. Inoltre, i fondi stanziati dal governo centrale aumentavano proporzionalmente alla richiesta di manodopera.
Nell’anno fiscale 2024-25, il programma è riuscito a dare un’occupazione a circa 60 milioni di famiglie, impegnate in svariati progetti infrastrutturali e di gestione idrica rurale. Grazie alla sua scala e alla sua ambizione, l’iniziativa ha ottenuto il plauso delle principali istituzioni globali: la Banca Mondiale lo ha definito il più grande programma di lavori pubblici al mondo, mentre l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ne ha raccomandato l’adozione ad altri Paesi in via di sviluppo. Un consiglio seguito da diverse nazioni, tra cui il Bangladesh e il Sudafrica.
Dal 1° luglio, tuttavia, il programma ha cambiato nome e condizioni. Rinominato VB-G RAM G, il nuovo schema si presenta come una versione potenziata del precedente: innalza il limite da 100 a 125 giorni di lavoro all’anno e promette di impiegare i lavoratori in mansioni “più utili” rispetto al passato. Nonostante le premesse apparentemente positive, ai critici non è sfuggito un dettaglio che ha sollevato dure polemiche: il VB-G RAM G ha sostanzialmente cancellato la garanzia legale all’impiego che rendeva unico il vecchio MGNREGA.
Il nodo della questione risiede nel meccanismo di finanziamento. Se con la vecchia legge il governo centrale copriva interamente le spese salariali in base alla domanda effettiva, il nuovo sistema introduce un tetto massimo di fondi per ciascuno Stato. Si tratta di una somma fissa che, una volta esaurita, lascia ai singoli governi locali l’onere di coprire qualsiasi costo ulteriore.
I governi statali, molti dei quali già in gravi difficoltà finanziarie, stanno opponendo una forte resistenza, e alcuni valutano di impugnare la riforma davanti alla Corte Suprema. Il caso è diventato anche una causa internazionale: una coalizione di economisti globali, tra cui i premi Nobel Thomas Piketty e Joseph Stiglitz, ha firmato una lettera aperta per chiedere l’abrogazione del nuovo programma, definendolo un “errore storico”.
Il rischio concreto, secondo gli esperti, è quello di vanificare i traguardi raggiunti e di appesantire un Paese già in forte difficoltà. Fin dalla sua introduzione, infatti, numerosi studi hanno confermato l’impatto positivo del MGNREGA. Da un lato, il programma ha offerto un ammortizzatore fondamentale durante gli shock economici (la domanda di impiego è impennata, ad esempio, durante la pandemia); dall’altro, ha garantito maggiore autonomia alle donne e alle caste più svantaggiate. Inoltre, l’iniziativa ha spinto al rialzo i salari nel settore privato, costringendo i datori di lavoro a adeguare le paghe per poter competere con lo Stato.
L’erosione di questi benefici rischia di consumarsi nel momento peggiore: l’economia rurale indiana è già sotto forte pressione: nonostante la rapida crescita economica generale, i salari nelle campagne sono rimasti quasi stagnanti per oltre un decennio. A questo si aggiungono i fattori geopolitici e climatici, con il conflitto in Iran che ha fatto impennare i costi del carburante e un monsone stagionale insolitamente debole sta minacciando i raccolti e la produttività agricola.
FONTE: The Economist
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