giovedì, Luglio 16, 2026

Nel Mediterraneo scompaiono anche le speranze delle famiglie tunisine

Dalle parole di Latifa Walhazi al caso simbolo di Zarzis: migliaia di familiari continuano a chiedere verità e giustizia per i propri cari inghiottiti dal Mediterraneo

by Rachele Gabbin
Nel Mediterraneo scompaiono anche le speranze delle famiglie tunisine

Il dramma silenzioso che da anni consuma la Tunisia merita la massima attenzione, e a offrirne testimonianza sulle pagine de L’Osservatore Romano è Latifa Walhazi. Al centro del racconto c’è un fenomeno ormai tragicamente frequente: quello dei tantissimi giovani tunisini che intraprendono i cosiddetti ‘viaggi della speranza’ verso l’Europa per poi sparire nel nulla, inghiottiti dal Mediterraneo. Intere famiglie vengono così lasciate in balia dell’ignoto, sospese nel limbo straziante del non sapere.

L’intervista al quotidiano vaticano si apre proprio con il doloroso ricordo di Latifa: “Mi chiamo Latifa Walhazi, sono la sorella di Ramsi, un ragazzo di 23 anni che a marzo 2011, in piena ‘Rivoluzione dei Ciclamini’, quando tutto sembrava cambiare e gli orizzonti, specie per noi giovani, sembravano finalmente aprirsi, decise di tentare il viaggio verso l’Europa. Da allora non abbiamo più notizie e siamo ancora in attesa, almeno di poter piangere la sua morte”.

Un distacco che ha lasciato una ferita impossibile da rimarginare. “Ramsi era il mio fratello minore”, continua Latifa, “il più piccolo di casa e io, per lui, sono stata una mamma. Dal 2011 vivo come sospesa, in uno stato di lacerazione profonda. Penso sempre a mio fratello, ho chiamato Ramsi mio figlio e a volte mi dicono che è troppo, che dedico troppe energie a mio fratello scomparso e ai ragazzi come lui inghiottiti nel nulla”.

“Oltre che per il cuore, la vivo come una questione di giustizia”, denuncia la donna, lanciando un duro atto d’accusa contro le politiche migratorie comunitarie. “L’Europa ci ha lasciati soli e costringe i nostri giovani, come quelli di tutta l’Africa, a viaggi mortali perché non concede visti, come se fossimo tutti criminali. Perché? E voi invece? Se volete venire da questa parte del Mediterraneo, non avete alcun problema, ottenete facilmente un visto o, in alcuni casi, non dovete neanche chiederlo. A noi non è concesso”.

Ma la tragedia di Ramsi e Latifa non è affatto un caso isolato. In Tunisia sono tantissime le madri e i familiari che si rifiutano di rassegnarsi all’idea che il proprio figlio sia scomparso nel nulla. Rifiutando di restare con le mani in mano, queste donne affrontano un instancabile pellegrinaggio tra uffici ministeriali, prefetture e sedi di ONG, mostrando le foto dei loro ragazzi e chiedendo disperatamente supporto e risposte.

Proprio da questa comune esigenza di risposte è nata nel 2016, per iniziativa di Fatma Kassraouin, madre di Ramsi e Latifa, l’Associazione delle madri dei dispersi. L’organizzazione opera su un duplice binario, unendo l’assistenza quotidiana alla pressione politica.

Da un lato, l’associazione offre un supporto pratico a madri e familiari straziati dal dolore, guidandoli nella compilazione dei complessi moduli burocratici e indicando gli uffici competenti a cui rivolgersi per avviare le ricerche o formalizzare la denuncia di scomparsa.

Dall’altro, porta avanti importanti battaglie istituzionali, lottando per il potenziamento dei sistemi di identificazione tramite il DNA sui cadaveri che il mare restituisce. Grazie a questa instancabile attività di pressione, le famiglie sono anche riuscite a ottenere tutele fondamentali come un reddito mensile e l’assicurazione sanitaria gratuita per i parenti dei dispersi, mantenendo al contempo un filo diretto con la rete di attivisti di Alarm Phone per monitorare le emergenze e supportare le operazioni di salvataggio in mare.

Un altro caso che è diventato emblematico della lotta delle famiglie degli scomparsi in Tunisia è quello del 18/18, un’imbarcazione con a bordo 17 giovani della città di Zarzis scomparsa nel nulla dopo essere partita il 21 settembre 2022. Anche in questa circostanza si ritiene che la sparizione sia legata a un drammatico incidente causato dall’intervento della guardia costiera o della marina militare tunisina. Attorno a questo naufragio si è sviluppato un imponente movimento sociale durato cinque mesi, durante i quali i cittadini e i familiari delle vittime hanno occupato il porto commerciale e la sede del governatorato locale, paralizzando la città con enormi manifestazioni e uno sciopero generale.

A scatenare l’indignazione collettiva è stata la scoperta che i corpi di alcuni di questi giovani erano stati sepolti segretamente dalle autorità nel ‘cimitero degli sconosciuti’, senza che le famiglie venissero avvisate e senza che venisse eseguito alcun esame del DNA. Solo a seguito delle durissime proteste popolari è stato possibile riesumare le salme per garantire loro una degna sepoltura e un rito funebre adeguato. Il gruppo di migranti a bordo della barca era composto per metà da minorenni, affiancati da ventenni e da due donne che viaggiavano insieme a una bambina.

Oggi le famiglie di Zarzis chiedono verità e giustizia, convinte che dietro l’affondamento della barca ci sia la responsabilità diretta delle forze di sicurezza nazionali. L’atto d’accusa si rivolge contro il governo tunisino, ritenuto complice degli interessi geopolitici dell’Unione Europea e disposto a fermare a ogni costo, anche a prezzo della vita, chiunque tenti la traversata in modo irregolare.

 

FONTE: L’OSSERVATORE ROMANO

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