Mentre il conto alla rovescia verso la scadenza del cessate il fuoco del 21 aprile accelera, l’Europa si muove in autonomia. Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, Francia e Regno Unito stanno lavorando alla costruzione di una coalizione internazionale con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz una volta terminato il conflitto e lo farebbero senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.
Il piano, articolato in tre fasi, prevede in sequenza l’evacuazione delle navi attualmente bloccate, la bonifica delle mine disseminate nel corso del conflitto e il successivo pattugliamento del corridoio con scorte militari. Si tratterebbe di una missione a carattere difensivo, non offensivo: un’operazione di sminamento accompagnata dal dispiegamento di unità navali per garantire il transito sicuro delle imbarcazioni commerciali.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha tenuto a precisare che la missione escluderebbe tutte le “parti belligeranti” — ovvero Stati Uniti, Israele e Iran — e non sarebbe posta sotto comando americano.Un primo confronto formale tra gli alleati europei è atteso per venerdì 17 aprile, con una riunione convocata da Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Washington non sarà al tavolo. Alla coalizione potrebbe aderire anche la Germania, finora storicamente riluttante a partecipare a operazioni militari all’estero, ma ritenuta preziosa per le sue capacità nel campo dello sminamento navale.
Divergenze tra Parigi e Londra
L’intesa europea, tuttavia, non è priva di crepe. Parigi ritiene che l’assenza degli Stati Uniti renda la missione più facilmente accettabile per Teheran, riducendo il rischio di escalation. Londra, al contrario, teme che agire in modo così marcatamente autonomo da Washington possa incrinare i rapporti con l’alleato americano in un momento già delicato. Una tensione che riflette la più ampia difficoltà dell’Europa nell’affermare un ruolo strategico indipendente senza compromettere le relazioni transatlantiche.
La reazione di Donald Trump non si è fatta attendere. Parlando a Fox News, il presidente americano ha definito l’iniziativa europea “molto triste”, sostenendo che lo Stretto si stia già riaprendo autonomamente.
“Ci sono navi che entrano ed escono“, ha detto, prima di scivolare in un ragionamento sulla Groenlandia. L’irritazione di Trump è comprensibile: l’iniziativa europea rappresenta di fatto un segnale di sfiducia verso la gestione americana della crisi.
L’Iran dice no, ma il traffico riprende
Anche Teheran ha risposto con freddezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che qualsiasi interferenza esterna nello Stretto “non farebbe altro che complicare la situazione“, rivendicando che la sicurezza del corridoio è garantita dall’Iran da decenni. Una posizione che suona, al tempo stesso, come un avvertimento e come una proposta implicita di negoziato diretto.
Sul piano operativo, i segnali più recenti mostrano un quadro in parziale movimento. Tra il 13 e il 14 aprile, venti navi commerciali hanno attraversato lo Stretto — cargo, portacontainer e petroliere dirette dentro e fuori dal Golfo Persico. Otto petroliere hanno invece obbedito all’ordine delle forze statunitensi di invertire la rotta. Alcune navi hanno navigato con i transponder spenti per ridurre il rischio di attacchi. Il traffico resta comunque una frazione di quello precedente all’inizio del conflitto.
Il nodo nucleare e la Cina in agguato
Sullo sfondo, il dossier più esplosivo resta quello del nucleare iraniano.
Secondo il New York Times, Trump avrebbe già respinto la proposta di Teheran di sospendere per cinque anni l’arricchimento dell’uranio, insistendo su una moratoria di almeno vent’anni. Gli Stati Uniti chiedono inoltre la rimozione dal territorio iraniano di circa 450 chili di uranio altamente arricchito, quantità sufficiente a produrre un’arma atomica, mentre l’Iran propone di diluirlo significativamente senza trasferirlo all’estero. A ciò si aggiunge la richiesta di Teheran di revocare le sanzioni e sbloccare gli asset congelati nei circuiti finanziari internazionali.
In questo scenario si inserisce la Cina, che non ha rinunciato al proprio ruolo di mediatore. Il presidente Xi Jinping ha illustrato al principe ereditario degli Emirati un piano in quattro punti basato su coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, diritto internazionale e coordinamento tra sviluppo e sicurezza. Una proposta che suona più come una dichiarazione di principi che come un piano operativo, ma che segnala la volontà di Pechino di non restare ai margini di una crisi che coinvolge direttamente i flussi energetici globali.
Nel frattempo, oltre diecimila militari americani e dodici navi della US Navy presidiano il blocco navale — applicato, ricorda il Centcom, “nei confronti di navi di tutte le nazioni“. Con il cessate il fuoco in scadenza tra sei giorni, la finestra diplomatica si sta rapidamente restringendo.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Photo Credit: Il Fatto Quotidiano