Se i politici di un tempo venivano spesso immortalati con un quotidiano piegato sotto il braccio, un sigaro o una penna stilografica, quelli di oggi sembrano condividere un accessorio molto diverso: lo smartphone. Nelle loro mani compaiono sempre più spesso telefoni cellulari, mentre lo sguardo resta fisso sugli schermi, segno di un modo nuovo di comunicare, informarsi e fare politica.
È quanto accade, ad esempio, nei corridoi di Westminster, dove deputati e ministri vengono spesso immortalati mentre camminano con lo smartphone saldamente in mano, quasi fosse un’estensione naturale del proprio corpo.
Eppure, quando vengono interrogati sul rapporto che intrattengono con questi dispositivi, le risposte tendono a convergere indipendentemente dall’appartenenza politica. “Odio il mio telefono. Lo odio, lo odio visceralmente”, ha dichiarato Clive Lewis, parlamentare laburista britannico. Un sentimento condiviso anche da esponenti dello schieramento opposto. “Odio il mio telefono”, ha ammesso, con sorprendente sintonia, anche un deputato dell’opposizione.
L’ascesa degli smartphone ha contribuito a trasformare non soltanto gli strumenti della comunicazione politica, ma anche le modalità attraverso cui si formano opinioni, priorità e dinamiche decisionali. Le reazioni dell’opinione pubblica tendono a diffondersi e amplificarsi con maggiore rapidità, mentre richieste di cambiamento e mobilitazioni politiche acquistano visibilità e intensità in tempi molto più brevi rispetto al passato.
James Lyons, direttore della comunicazione strategica a Downing Street durante il governo di Keir Starmer tra il 2024 e il 2025, descrive questo fenomeno come una “cultura dello swipe-right”, caratterizzata da ritmi accelerati e da una costante ricerca di risposte immediate. “Attraverso i social media accessibili dai loro smartphone, i parlamentari sono continuamente esposti alle reazioni dei propri elettori e alle pressioni esercitate da gruppi di interesse”, osserva Lyons. In questo contesto, il ciclo politico tende a comprimersi, con una crescente difficoltà nel sottrarsi alle urgenze del momento e nel mantenere una prospettiva di lungo periodo.
Il fenomeno, ovviamente, non è esclusivo del Regno Unito, ma riguarda ancor più da vicino, per esempio, gli Stati Uniti di Donald Trump. Il tycoon ha fatto di Twitter il suo diario personale: una piattaforma attraverso la quale si è scagliato contro personaggi pubblici di ogni tipo, assegnando loro rigorosamente i più disparati soprannomi, e ha annunciato nomine, licenziamenti, trattati e dazi. Il tutto scritto rigorosamente in caps lock (maiuscolo) e terminato con parole d’ordine perentorie che riassumevano le sue emozioni, come i celebri “Sad!” (Triste!), “Bad!” (Male!) o “Disgrace!” (Vergogna!).
Anche la maggior parte dei leader europei è ormai inserita in gruppi WhatsApp di alto livello, veri e propri tavoli virtuali in cui vengono coordinate le contromosse strategiche.
Tuttavia, secondo Steve Baker, ex ingegnere della Royal Air Force e all’epoca deputato conservatore, la rivoluzione degli smartphone rappresenta solo il capitolo iniziale. La fase successiva, trainata dall’intelligenza artificiale, potrebbe rivelarsi ancora più destabilizzante.
Il Regno Unito ne ha già avuto un amaro assaggio: nel 2023 è rimbalzata su X, diventando subito virale, una registrazione audio deepfake in cui l’attuale Primo Ministro Keir Starmer, allora leader dell’opposizione, insultava pesantemente i propri collaboratori. L’anno successivo è toccato a Sadiq Khan, sindaco di Londra, che ha dovuto smentire pubblicamente un file audio, sempre generato dall’IA, in cui denigrava le commemorazioni del Giorno della Memoria e incitava a una ‘marcia palestinese da un milione di uomini’.
FONTE: POLITICO
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