Venerdì 12 giugno è entrato ufficialmente in vigore il nuovo e tanto discusso Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo, la cui approvazione risale al 2024. Le riforme nascono come risposta all’impennata migratoria iniziata nel 2015, quando più di un milione di persone raggiunse l’Europa, in gran parte in fuga dalla guerra in Siria.
“Dobbiamo restituire alle persone la sensazione che abbiamo il controllo su ciò che accade”, ha dichiarato il Commissario per la Migrazione Magnus Brunner, a seguito dell’accordo della scorsa settimana sulle nuove norme UE per i rimpatri. “Dieci anni fa, come Unione Europea, ci siamo assunti molte responsabilità, ma non avevamo un sistema, non avevamo delle regole”, ha poi aggiunto.
Un cambio di rotta invocato da tempo anche oltreoceano, dove gli Stati Uniti avevano spesso criticato l’approccio giudicato troppo permissivo dell’accoglienza europea.
Il Patto si articola in dieci atti legislativi vincolanti che stravolgono il vecchio assetto normativo, introducendo lo screening obbligatorio alle frontiere e procedure d’asilo accelerate.
Tra gli elementi di maggiore novità figura la riforma della banca dati Eurodac, che, secondo fonti interne, sarà utilizzata per registrare informazioni sui richiedenti asilo, tra cui documenti di viaggio e impronte digitali, consentendo di monitorarne gli spostamenti all’interno dell’Unione. L’obiettivo alla base della sua revisione è rafforzare il controllo dei movimenti migratori e contrastare gli ingressi irregolari nel continente.
Le nuove disposizioni prevedono inoltre un meccanismo di solidarietà a sostegno degli Stati membri maggiormente esposti ai flussi migratori, attraverso contributi finanziari, ricollocamenti di migranti tra paesi dell’UE o altre forme di assistenza. Una prima applicazione del sistema contempla due possibili modalità di contributo: la ricollocazione di 21.000 migranti provenienti da Italia, Spagna, Grecia e Cipro oppure il versamento complessivo di 420 milioni di euro a favore di tali Stati.
Come prevedibile, alcuni paesi hanno espresso una forte opposizione all’ipotesi di accogliere ulteriori migranti. Tra questi, Ungheria e Slovacchia rappresentano i casi più emblematici, avendo dichiarato di non voler contribuire né attraverso sostegni finanziari né mediante la partecipazione ai programmi di ricollocamento.
Ciononostante, funzionari della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europeo hanno presentato il meccanismo come un importante passo avanti nel processo di riforma della politica migratoria europea. Secondo un funzionario della Commissione, il Patto avrebbe infatti consentito agli Stati membri di “superare la reciproca diffidenza” che per anni aveva ostacolato il raggiungimento di un accordo condiviso.
Numerose organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani hanno, però, espresso dubbi riguardo all’effettiva capacità di queste riforme di garantire una maggiore protezione ai migranti. Il timore principale è che le nuove disposizioni possano tradursi in un indebolimento delle garanzie riconosciute alle persone che giungono in Europa in cerca di protezione internazionale.
Tra le organizzazioni più critiche figura Human Rights Watch, che, pur riconoscendo alcuni aspetti positivi del nuovo quadro normativo, sostiene che le riforme rischiano di compromettere il diritto d’asilo. In particolare, secondo l’organizzazione, le nuove regole renderebbero più agevole per i governi accelerare l’esame delle domande di protezione internazionale, limitando le garanzie procedurali previste durante la valutazione delle richieste e favorendo un maggiore ricorso al trattenimento dei richiedenti asilo, nonché un suo possibile prolungamento.
Questo impianto normativo, avverte Human Rights Watch, rischia di lasciare troppa discrezionalità ai singoli stati che potrebbero blindare le frontiere dinanzi a procedure di asilo formulate in termini più ampi, quali situazioni di afflusso massiccio o di strumentalizzazione dei flussi migratori da parte di paesi terzi. Il rischio reale, conclude l’organizzazione, è che Bruxelles finisca quindi per esternalizzare le proprie responsabilità verso paesi extra-UE, rinunciando a una reale ed equa condivisione degli oneri tra stati membri.
FONTE: POLITICO