Le celebrazioni pasquali in Sud Sudan hanno assunto quest’anno un significato che va ben oltre la sfera religiosa. In un paese dove la violenza non ha mai smesso di insanguinare le strade, vescovi, arcivescovi e persino il presidente hanno trasformato i loro messaggi di festa in un appello corale e urgente: basta con le armi, è tempo di pace.
Le chiese di Juba e della provincia erano affollate di fedeli quando i leader religiosi hanno preso la parola. Il celebrante principale presso la Cattedrale di Santa Teresa, Santo Loku Pio, Vescovo Ausiliare di Juba, ha parlato senza giri di parole: “I cristiani non praticano l’odio, non praticano la violenza che porta alla morte. Se ti viene detto di andare a uccidere, rifiuta, anche se significa perdere il lavoro.” Un messaggio diretto, quasi provocatorio, in un paese dove il confine tra esercito, milizie e criminalità organizzata è spesso labile.
Il contesto in cui queste parole risuonano è drammatico. Solo la settimana scorsa, 74 lavoratori di una miniera sono stati massacrati da uomini armati nella regione di Jebel-Iraq, a sud-ovest della capitale. Il governo e l’opposizione si sono subito accusati a vicenda, senza che nessuno si assumesse la responsabilità. L’ONU ha più volte lanciato l’allarme: il Sud Sudan rischia concretamente di scivolare verso una nuova guerra civile, a meno di un decennio da quella che ha insanguinato il paese tra il 2013 e il 2018.
Anche il presidente Salva Kiir ha voluto partecipare al clima di riflessione, inviando un messaggio letto a suo nome dal segretario stampa durante la messa a Santa Teresa. “Anche nei momenti più bui, la speranza non viene mai meno”, ha fatto sapere, invitando i cittadini a perdonarsi e a costruire insieme un paese degno della sua gente. Parole accolte con rispetto, ma anche con lo scetticismo di chi da anni aspetta che le promesse si traducano in fatti concreti.
L’Arcivescovo della Chiesa Episcopale e Primate Anglicano, Justin Badi Arama, ha usato toni più netti: “Abbiamo bisogno di un’azione urgente per porre fine alla violenza e ripristinare la dignità umana in tutta la nostra nazione.” Dal Sud-Ovest del paese, il Vescovo cattolico di Tombura-Yambio, Eduardo Hiiboro Kussala, ha aggiunto la sua voce al coro, ricordando che “Dio è la fonte della vita” e che proteggerla è un dovere morale prima ancora che politico.
Sullo sfondo, rimane irrisolta la vicenda di Riek Machar, il Primo Vice-Presidente sospeso e attualmente agli arresti domiciliari con accuse gravissime — tradimento, crimini di guerra, crimini contro l’umanità — che lui respinge. Il suo partito denuncia una “caccia alle streghe politica” e teme lo smantellamento dell’accordo di pace del 2018. L’Ambasciata degli Stati Uniti ha pubblicamente chiesto il suo rilascio come condizione per elezioni credibili.
In questo intreccio di fede, politica e sopravvivenza, la Pasqua nel paese più giovane del mondo suona come una preghiera collettiva. Una preghiera che spera, ancora, di essere ascoltata.
Fonte: BBC News Africa
Photo credit: BBC/ Nichola Mandil