Il professor Lee Lin-Shan, docente di Ingegneria elettronica e informatica presso l’Università di Taiwan, è stato intervistato dall’Osservatore Romano sul tema dell’uso e dei limiti dell’intelligenza artificiale nella società contemporanea.
Le riflessioni dello scienziato prendono le mosse dall’Enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV. Secondo Lee, spesso definito “una stella della scienza in Asia orientale”, l’IA “non è il frutto del lavoro di pochi, bensì una raccolta delle sapienze e degli sforzi di tutta l’umanità negli anni”.
D’altronde, il suo contributo alla materia è storico: Lee è stato il primo a insegnare alle macchine a trascrivere e leggere vocalmente il cinese mandarino, la base su cui oggi poggiano le principali applicazioni per smartphone in questa lingua, affermandosi a tutti gli effetti come uno dei padri fondatori di questa tecnologia.
Soffermandosi sulla velocità dell’evoluzione dell’IA, Lee ha dichiarato che questa “va oltre l’immaginazione della stragrande maggioranza delle persone”. Secondo lo scienziato, molti faticano ad adattarsi a un progresso continuo che lui stesso paragona a “un campo di guerra in cui si compete a livello mondiale dove solo chi va più avanti avrà la possibilità di prendere tutto”.
Partendo da questo punto, Lee condivide alcune riflessioni. Innanzitutto, riconosce come, nonostante la maggior parte degli scienziati operi con l’intenzione di promuovere il bene dell’umanità, gli effetti collaterali negativi delle scoperte siano inevitabili e ormai ampiamente riconosciuti. Da qui nasce l’esigenza della società di ‘prendere fiato’ di fronte a un’IA sempre più pervasiva e potenzialmente pericolosa. Viene quindi spontaneo chiedersi se i leader del settore e i grandi Stati possano trovare un accordo per sospendere temporaneamente lo sviluppo della tecnologia.
Tuttavia, secondo Lee questa strada non è percorribile: sia le aziende sia i Governi temono che ‘non progredire’ significhi ‘regredire’, in una corsa dove tutti lottano per la supremazia. “Temo che nessuno voglia fermarsi, lasciando agli altri la possibilità di vincere” sostiene lo scienziato.
Secondo il professore ci sarebbe una soluzione più pragmatica: chiedere ai Governi di “esercitare il potere pubblico nel proprio territorio, legiferando e imponendo tasse più alte alle industrie che ottengono enormi profitti grazie all’IA, per poi utilizzare queste risorse per risolvere i problemi sociali derivati, come il sostegno ai disoccupati”. Anche questa possibilità, però, presenta un’insidia: “Quando si impongono tasse più alte in un determinato Paese, se ne indebolisce la competitività industriale. Nessun governo vorrebbe farlo”.
L’unica via d’uscita, conclude lo scienziato, è promuovere un’azione internazionale coordinata per moderare lo sviluppo dell’IA. Un obiettivo complesso che potrebbe essere raggiunto attraverso la spinta di un’istituzione con una credibilità morale globale, in grado di far riflettere i grandi leader del settore.
A tal proposito, conclude Lee, il Vaticano potrebbe rappresentare proprio quel punto di riferimento morale necessario per guidare il mondo in questa direzione. Una prospettiva che richiama direttamente le parole del Papa nell’Enciclica: “Intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace” (cfr. n. 185).
FONTE: L’OSSERVATORE ROMANO
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