mercoledì, Maggio 20, 2026

Dentro la logica della classificazione

Come le semplificazioni del pensiero hanno modellato Stati, conflitti e identità

by Rachele Gabbin
Dentro la logica della classificazione

Nel suo ultimo saggio Classificare gli umani. Utilità, problemi, evoluzione, pericoli, lo storico Andrea Graziosi invita a riflettere su una questione che attraversa la storia dell’umanità: la tendenza a ordinare la realtà entro categorie rigide.

La classificazione, osserva l’autore, è un processo spontaneo. Prende avvio dalla dimensione più immediata, quella delle relazioni quotidiane tra amici e conoscenti, per poi estendersi progressivamente al resto della società. Si tratta di un meccanismo che opera spesso per contrapposizioni nette, secondo una logica binaria: buono e cattivo, bello e brutto. Un modo di organizzare il mondo che semplifica, ma che al tempo stesso rischia di ridurne la complessità lasciando emergere pericoli latenti, tra cui quello legato alla ‘costruzione del nemico’.

Tra le ragioni intrinseche di questa tendenza, vi è, infatti, anche una dimensione legata al pericolo e alla sopravvivenza. È il meccanismo che, ad esempio, porta un tassista di notte a valutare rapidamente chi far entrare in macchina sulla base dell’apparenza dei potenziali passeggeri. Tuttavia, questa inclinazione mostra limiti profondi: quando la spinta biologica si intreccia con il potere politico, può trasformarsi in ideologia.

È quanto accaduto tra il Settecento e l’Ottocento, quando l’Europa si è lasciata ‘sedurre’ da una delle sue più influenti e problematiche costruzioni: l’idea di Stato-nazione omogeneo. Il modello di un territorio abitato da un solo popolo, unito da una cultura e da una lingua comuni, si è affermato come ideale di civiltà. Si trattava, come sottolinea Graziosi, di una ‘falsità storica’ dal momento che le nazioni europee sono il risultato di intrecci etnici secolari, ma dotata di una straordinaria forza attrattiva.

Ciò che il nuovo modello statale prometteva era, in fondo, ciò che molti ricercavano: sicurezza, identità, status, prestigio, ma anche una forma di mobilitazione emotiva. L’omogeneizzazione non fu soltanto un processo imposto dall’alto, ma anche un obiettivo sostenuto dal basso, capace di attivare mobilitazioni ampie e spontanee. I nuovi Stati, inizialmente superiori per scala e risorse, lo divennero così anche per la loro capacità di coinvolgere le masse, apparendo, come osservò lo storico Hugh Seton-Watson, ‘virtualmente indistruttibili’, almeno per un certo periodo storico.

La ricerca ossessiva della purezza ha spinto gli Stati a manipolare la realtà, ricorrendo spesso alla violenza. In questa prospettiva, la storia degli ultimi secoli può essere riletta come una sequenza di ‘guerre-rivoluzioni’ volte a far coincidere la mappa demografica con quella politica, talvolta attraverso progetti di disgregazione di interi Stati o imperi.

Dalla spinta trasformativa della Rivoluzione Francese e delle guerre napoleoniche, passando per i conflitti ottocenteschi che ridisegnarono interi territori, fino alla Prima Guerra Mondiale e alla Seconda Guerra Mondiale, verosimilmente gli esiti più estremi e violenti di questo processo, si snoda una traiettoria che ha contribuito al declino del vecchio continente e al collasso dei suoi imperi coloniali.

In definitiva, osserva Andrea Graziosi, la classificazione è uno strumento potente: aiuta a orientarsi nella realtà, ma può anche essere utilizzata per semplificarla e manipolarla. Il rischio è che questi schemi, nati per dare ordine e guidare l’azione, finiscano per irrigidirsi e trasformarsi in strumenti di potere. Anche quando si tenta di smascherarli, si corre il pericolo di sostituirli con nuove categorie, fondate su altre visioni della storia e altrettanto capaci di incidere sulla realtà.

 

FONTE: CORRIERE DELLA SERA

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