Manca ormai pochissimo all’apertura della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte; la Biennale di Venezia aprirà i battenti il 9 maggio 2026 e resterà aperta fino al 22 novembre. A pochi giorni dall’inaugurazione, tuttavia, è giunta la notizia che l’intera giuria internazionale ha rassegnato in blocco le dimissioni.
Il collegio, composto da Solange Farkas (presidente), Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi, ha deciso di ritirarsi dall’incarico a seguito dalla decisione degli organizzatori di autorizzare la partecipazione della Russia al Festival.
È infatti prevista la presenza di circa 40 artisti russi nella mostra “The Tree Is Rooted in the Sky” (“L’albero è radicato nel cielo”), ospitata nel padiglione russo ai Giardini della Biennale. A Venezia saranno inoltre presenti anche artisti ucraini e bielorussi.
In una nota ufficiale, i membri della giuria, hanno spiegato che non intendono includere nella cerimonia di premiazione “quei paesi i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale”, ossia Israele e Russia. La decisione arriva dopo un cambio di orientamento da parte della Biennale: lo scorso 22 aprile, infatti, erano stati gli organizzatori a stabilire di escludere entrambi i Paesi dalla competizione per i premi, salvo poi tornare sui propri passi.
In tutto questo, non sono mancate le polemiche. Una parte dell’opinione pubblica ha contestato l’accostamento tra Tel Aviv e Mosca, giudicandolo una forzatura politica; altri, al contrario, hanno difeso la coerenza della giuria.
Sul fronte istituzionale, diversi governi, tra cui quello italiano, hanno espresso dissenso dinnanzi alla decisione della Biennale di riaprire il padiglione russo. Per questo motivo, la Commissione Europea ha deciso di ritirare i finanziamenti inizialmente destinati al Festival. “L’apertura del padiglione di Mosca è incompatibile con i principi europei”, ha dichiarato il commissario europeo alla Cultura, Glenn Micallef, annunciando inoltre che non parteciperà alla manifestazione “fino a quando la Russia sarà invitata”. Di segno opposto la posizione dell’eurodeputata M5S Carolina Morace, secondo cui “togliere i fondi europei alla Biennale è una forma di censura”.
Domenica scorsa anche il Ministero degli Esteri Israeliano ha criticato gli organizzatori, dichiarando di essere rimasto deluso dalla loro scelta, accusando la manifestazione di essersi trasformata da spazio artistico aperto a tutti ad una vetrina di indottrinamento politico antisraeliano. Lo scultore Belu-Simion Fainaru, artista scelto per rappresentare Israele alla Biennale, ha minacciato di ricorrere alle vie legali sostenendo che la sua esclusione è da ricondurre a motivi di discriminazione razziale e antisemitismo.
Alla luce delle dimissioni della giuria e delle tensioni emerse, la Biennale ha annunciato una revisione del calendario: la cerimonia di premiazione è stata posticipata dal 9 maggio al 22 novembre. Gli organizzatori hanno inoltre comunicato che verranno assegnati due premi, uno dei quali aperto a tutti i Paesi partecipanti, “in conformità con la lista ufficiale e secondo il principio di inclusione e parità di trattamento”.
In un comunicato, la Biennale ha ribadito la propria posizione, sottolineando che tale scelta è “coerente con lo spirito fondativo della manifestazione, basato sull’apertura, sul dialogo e sul rifiuto di ogni forma di chiusura o censura”. “La Biennale intende essere, e deve rimanere, un luogo di tregua in nome dell’arte, della cultura e della libertà artistica”, conclude la nota.
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