mercoledì, Maggio 6, 2026

Buttafuoco: “Si vis pacem, para pacem”

Il discorso del Presidente della Biennale durante la conferenza stampa di presentazione della 61a Esposizione Internazionale d’Arte

by Andrea Martucci
Buttafuoco

Questa mattina si è svolta la conferenza stampa di presentazione della 61a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Tra gli altri, c’è stato l’intervento del presidente Pietrangelo Buttafuoco. Ecco il suo discorso.

“Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti”. 
Questo lo raccomanda il Presidente della Repubblica. Ebbene, eccoci. Sergio Mattarella, il Capo dello Stato a cui dobbiamo riconoscenza e rispetto, ha detto chiaramente ai David di Donatello, quale è il mandato del lavoro artistico culturale: libertà e audacia. 
 Ebbene, eccoci. 
Se le autorità politiche fossero ridotte al rango di furerie, dove intendendosi a sbuffi le ingerenze arrivano, arrivano poi a piegare la solidità delle istituzioni culturali, oggi avremmo un altro esito. Magari lo avremo domani o dopodomani, ma il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad una precisa domanda sulla partecipazione della Russia alla Mostra Internazionale d’arte ha risposto: la Fondazione La Biennale di Venezia è autonoma, ma non sono d’accordo. Proprio in quel ma ha confermato, sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello Iure, la civiltà del diritto che è quella dottrina di cui Sergio Mattarella, il Capo dello Stato è maestro. Lo Iure, la civiltà del diritto che cosa ben diversa dagli statuti etici, dove la “legge è uguale per tutti” sembra essere deformata in una sorta di saba regolatorio, dove la “legge è uguale per tutti” diventa per tutti quelli che la pensano come noi, per come vogliamo noi. 
Ma c’è lo Iure, la civiltà del diritto che nessuna fanta giurisprudenza può trasformare. Signore e signori, gentili ospiti, giornalisti, artisti, curatori, amici. Vedete, c’è un’immagine che mi accompagna in questi giorni. 
Il dito che indica la luna ed è un’immagine antica persino abusata è un luogo comune, però torna necessaria, perché il rischio ancora una volta è sempre quello di fermarsi al dito. Cioè alle polemiche, alle appartenenze, alle pressioni, ai singoli casi. E in tutto questo smarrire la luna. 
Ed è quel che davvero ci riguarda questa luna e cioè il mondo così com’è. Il mondo nella sua verità tragica, mai come in questo tempo. Ed è la condizione della guerra globale. 
La storia bussa alle porte della vita quotidiana di tutti noi, figurarsi se non va a bussare alle porte solide di 130 anni di storia della Fondazione La Biennale di Venezia. E oggi arriviamo a questa apertura dopo aver attraversato settimane complicate, vorrei dire giornate complicate, sto dicendo ore complicate, momenti complicati. E sono discussioni accese, richieste di esclusione, prese di posizione che spesso hanno preceduto l’ascolto. Se c’è qualcosa che mi meraviglia, parlo a Umberto Vattani che è autorità in questo senso, cChe tutto questo mondo che deriva dalla rivoluzione francese, dall’illuminismo, dal laicismo, dalla voler trovare la formula perfetta della democrazia, si sia capovolto nel suo esatto contrario: un laboratorio di intolleranza e di richieste di censure, di chiusure di esclusione. Ma si è parlato di chi deve esserci e di chi no, di chi rappresenta cosa, e di quale colpa porti con sé. E ci sono tragedie reali, ci sono guerre in corso, ci sono civili che in questo tempo muoiono molto più di quanto non accadesse al tempo in cui pensavamo di avere chiuso nelle pagine dei libri di storia, i massacri, le tragedie e l’abominio. 
Ed è più che in passato, appunto, più che durante le guerre nel novecento e non lo vogliamo ammettere. Però noi non ignoriamo quello che accade fuori di qui. Noi non siamo ciechi e in quella luna ci sono anche realtà, e sto parlando di democrazie lo sto dicendo di satrapie, che istituiscono d’improvviso la pena di morte. Ci sono continue discriminazioni, continue violenze, ci sono guerre che devastano vite e territori. E qui 
sta il nodo. Chiudere a qualcuno, significa rendere più fragile l’apertura verso altri. E se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze, non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata. 
È il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato. E poi c’è questa città, Venezia che da secoli non ha avuto mai paura dell’incontro. 
Venezia non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare. Venezia accoglie le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti e li trasforma sempre in dialogo e convivente. E questo ha fatto la Fondazione da 130 anni, ha raccolto le tensioni, i conflitti, le visioni e li ha esposti senza mai banalizzarli, senza mai ridurli a slogan E oggi, lLo dico ai colleghi, lo dico agli artisti, lo dico ai curatori, lo dico a chi ha responsabilità, lo dico ogni giorno ai cittadini che incontro, oggi non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni di storia che hanno raccontato sempre così il mondo. Noi qui non alimentiamo polemiche. 
Noi non diamo risposte, ma apriamo discussioni. Anche questo è contenuto della mostra, anche questo tema fa parte della mostra. E questa edizione della Biennale curata da Koyo Kouoh è profondamente consapevole della fragilità del presente. 
Questa è una Biennale che non pretende di risolvere, di semplificare, di rassicurare, ma vuole mostrare, stratificare punti di vista, aprire alle domande. Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva. Infatti, mi preoccupa e ci preoccupa una particolare deriva che è quella della sentenza anticipata, della censura che arriva ancora prima che qualcosa venga mostrato, delle dichiarazioni che piovono da ogni dove costruendo un verdetto ancora prima del confronto. E questo lo sappiamo bene, è un clima che non aiuta la comprensione, ma la irrigidisce. La Biennale, 
sia chiaro, e fa bene spiegarlo continuamente, non è un tribunale. Qui non si assiste un processo già celebrato con sentenze già decise. Questo è un giardino di pace, è un luogo dove si espone, è un luogo dove si discute, un luogo dove si ascolta. Ed è un giardino, lo riprendo dalle immagini dei poeti a me cari i poeti dell’anno 1000: è un giardino, non è mai un recinto. E questo ci serve per ribadire un principio semplice. 
Noi non possiamo chiudere. Noi non possiamo boicottare come risposta automatica, possiamo e dobbiamo discutere. Possiamo dissentire e lo facciamo anche con forza, ma dentro uno spazio condiviso, e mai fuori da esso, e alle istituzioni chiediamo dialogo, non documenti che circolano sotto banco. E quindi torniamo all’immagine iniziale. Non fermiamoci al dito, meno che meno un dito puntato contro qualcuno. 
E quindi, amici proviamo insieme a guardare la luna, anche quando è offuscata, anche quando è difficile da sostenere, perché è la luna la misura del senso di quel che facciamo noi qui. Vedete la Biennale di Venezia, fondata nel 1985 per iniziativa di un sindaco, di un gruppo di intellettual,i di artisti di uomini d’industria, di riformisti di progressisti. Ebbene, questa istituzione opera sin dalla sua nascita in modo asimmetrico. 
Ed è una città oggi rappresentata da una istituzione autonoma, che dialoga con i paesi che decidono di partecipare a loro volta in modo autonomo. Oggi a 131 anni di distanza, alla 61ª esposizione internazionale d’arte partecipano per loro autonoma decisione 100 paesi ufficialmente riconosciuti dalla Repubblica italiana, paesi che a loro volta riconoscono la Repubblica italiana come Stato sovrano. La presenza di questi paesi si può realizzare nel rispetto del diritto internazionale e nazionale. 
Lo Iure, quindi non ci sono margini per valutazioni di altra natura, non ci sono margini per valutazioni di natura etica, politica, morale, religiosa, razziale, perché, sia chiaro una volta per tutte, è nel diverso da noi che troviamo noi stessi. E questo è un crisma che ci arriva dalla Lex romana, che è lo stessa di Cristo e delle civiltà universali come, 
vorrei dire la mia Sicilia degli Emiri, l’universalità. E questi 100 paesi partecipanti hanno deciso autonomamente di essere presenti qui e ora alla mostra. Trentuno di questi paesi hanno una casa, 17 di questi l’hanno eretta loro stessi per loro iniziativa. E sono ai giardini in via permanente. 
Sono e siamo tutti a Venezia, città che ha fondato sul dialogo, sul commercio, sull’incontro tra culture e religioni diverse, la sua storia e la sua bellezza, storia e bellezza di cui siamo tutti testimoni. Ed è su questi principi di incontro tra soggetti diversi che noi autonomamente celebriamo le arti ed è per questo che l’istituzione che guido trova fondamento. La Biennale di Venezia usa con tutti i paesi lo stesso metro di relazione ed è il diritto, ripeto, lo Iure, il rispetto, la pace potrei dire salam e il dialogo. Ed è la migliore delle garanzie per tutte le nazioni che vi partecipano ed è questo che ci insegna Venezia. 
E l’uguaglianza nella diversità e nel confronto ed è questo autonomo operare di soggetti diversi, risolve la grave crisi capovolgendo la prospettiva che stiamo vivendo. Un bisogno assoluto di pace. Nel risolvere anche questa nostra volontà del non voler guardare, di non voler dire, del non poter pronunciare questo prodio continuo, questo bisogno di censura di esclusione che può soddisfare solo l’ego e il narcisismo di chi, al chiuso e nella comodità nella propria casa, pensa di risolvere tutto con un click, ovvero una firma e poi via. No, 
tutto ci offende e ci ferisce nel profondo per creare uno spazio e una possibilità alternativa. Ai giardini della Biennale oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia. Come alla Mostra del Cinema d’improvviso ho potuto scorgere vicine e accostate e non certo solo per l’ordine alfabetico, la bandiera dell’Iran è quella di Israele, perché a Venezia noi non imbracciamo le armi. Si vis pacem, para pacem, è quello che dobbiamo a Koyo Kouoh.

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