La situazione in Medio Oriente è in una fase di stallo. Lo Stretto di Hormuz resta bloccato, con ripercussioni su circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas, mentre gli Stati Uniti di Donald Trump mantengono, in risposta, il blocco navale dei porti iraniani.
L’amministrazione statunitense ha bocciato la nuova proposta negoziale iraniana, che puntava a rinviare i colloqui sul programma nucleare, ritenendola “inaccettabile”, mentre Teheran ha lanciato un avvertimento a Washington: in caso di ulteriore escalation militare, l’Iran risponderà con “attacchi lunghi e dolorosi” contro gli obiettivi statunitensi.
Sul tavolo restano anche le rivendicazioni strategiche del Paese sul controllo dello Stretto. La Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Khamenei, ha ribadito in una nota scritta le intenzioni di Teheran: “Gli stranieri che vengono da migliaia di chilometri di distanza non hanno posto qui, se non sul fondo delle sue acque”.
Trump, dal canto suo, si dice convinto che gli Stati Uniti abbiano “già vinto” il conflitto, ma dichiara di voler “vincere con un margine più ampio”, precisando che l’obiettivo finale resta impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. Ai cittadini promette che il prezzo della benzina “crollerà come un sasso” non appena la guerra sarà finita.
Tutt’altra la lettura di Teheran. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che le ostilità sono lontane dalla conclusione: “Aspettarsi un risultato in breve tempo, indipendentemente dal mediatore, non è molto realistico”. Baqaei, ha inoltre tenuto a precisare che quella contro l’Iran è e resta una “guerra di aggressione”, respingendo la lettura statunitense che la qualifica come “guerra di legittima difesa”. Secondo Teheran, non vi sarebbe stato alcun attacco armato iraniano che potesse giustificare la posizione invocata da Washington a protezione di Israele e a prevenzione del programma nucleare.
Intanto, venerdì 1° maggio è ufficialmente scaduto il termine previsto dalla War Powers Resolution del 1973. A fine febbraio, Trump aveva, infatti, dato il via alle operazioni militari contro Teheran senza il preventivo consenso del Congresso. In base alla normativa, una volta trascorso il limite temporale, il presidente sarebbe tenuto a ritirare le forze armate in assenza di un’autorizzazione parlamentare; il Pentagono, tuttavia, sostiene che il cessate il fuoco abbia “messo in pausa” il cronometro legale. Trump si è esposto sulla questione dichiarando di non aver bisogno dell’autorizzazione del Congresso per continuare la guerra con l’Iran, sostenendo che in passato altri leader degli Stati Uniti non hanno cercato tale approvazione. Il presidente dispone inoltre di uno strumento decisivo per neutralizzare ogni eventuale obiezione del Congresso: il potere di veto.
Finora, la War Powers Resolution non è mai stata utilizzata con successo per costringere un presidente a interrompere un conflitto in corso. Il caso che più si è avvicinato a questo scenario risale al 2019, quando entrambe le Camere del Congresso approvarono una risoluzione per chiedere a Donald Trump, allora al suo primo mandato, di porre fine al sostegno militare degli Stati Uniti all’Arabia Saudita nella guerra civile in Yemen. In quell’occasione, tuttavia, Trump esercitò il proprio potere di veto, definendo la risoluzione del Congresso un “tentativo non necessario e pericoloso” di limitare le sue prerogative costituzionali in materia di politica estera e sicurezza.
Negli ultimi giorni, inoltre, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avviato consultazioni con diversi Paesi partner per promuovere la creazione di una nuova coalizione internazionale, denominata Maritime Freedom Construct. L’iniziativa mira a ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz ed è presentata come “un primo passo fondamentale verso un’architettura di sicurezza marittima post-conflitto”, ritenuta cruciale per garantire la sicurezza energetica globale, proteggere le infrastrutture strategiche e preservare la libertà di transito lungo le principali rotte commerciali. Francia e Regno Unito hanno si sono già dette interessate a partecipare ma solo ad ostilità terminate.