Il Nepal attraversa una svolta storica. Dopo giorni di proteste che hanno scosso Kathmandu, il primo ministro Kp Sharma Oli si è dimesso e al vertice del governo è arrivata Sushila Karki, 73 anni, ex presidente della Corte Suprema: prima donna nella storia del Paese a ricoprire questa carica. A guidare la rivolta è stata la Generazione Z che in pochi giorni hanno ottenuto quello che decenni di opposizione politica tradizionale non erano riusciti a conseguire.
Tutto è iniziato l’8 settembre, quando la capitale nepalese è diventata teatro di violenze di piazza senza precedenti nell’era repubblicana del Paese. Il parlamento è stato dato alle fiamme, la sede del governo assaltata. Secondo i dati disponibili, oltre 50 persone hanno perso la vita durante le proteste, mentre circa 12.500 sono evase dalle carceri. L’esercito è sceso in strada, il governo ha imposto il coprifuoco e l’aeroporto internazionale di Kathmandu è rimasto chiuso per diversi giorni.
La scintilla che ha fatto esplodere la rivolta è stata la decisione del governo di bloccare 26 piattaforme digitali, tra cui Facebook, YouTube, X e LinkedIn. Una misura che i manifestanti hanno interpretato non come semplice regolamentazione, ma come un tentativo di censura e controllo dell’informazione. In un Paese in cui i social media rappresentano uno strumento fondamentale di comunicazione, commercio e collegamento con la vasta diaspora nepalese nel mondo, il provvedimento ha avuto l’effetto opposto a quello sperato: ha unito e mobilitato i giovani come mai era accaduto prima.
Le proteste, tuttavia, non sono nate dal nulla. Il Nepal, Stato senza sbocco sul mare compreso tra India e Cina, ha una lunga storia di rivoluzioni. L’ultima, quella maoista, aveva portato alla fine della monarchia nel 2008 e all’istituzione di una repubblica democratica federale. Ma le promesse di cambiamento sono rimaste in gran parte disattese.
Per quasi vent’anni il Paese è stato governato da un gruppo ristretto di politici anziani, che si sono alternati al potere senza realizzare riforme strutturali significative.
A pesare sulla popolazione è anche il divario economico: con un reddito pro capite di circa 1.400 dollari annui, la forbice tra la classe dirigente e il resto della cittadinanza è enorme. I manifestanti hanno coniato il termine “Nepokids” per indicare i figli dell’élite, cresciuti nel lusso e del tutto estranei alle difficoltà della vita comune, una dinamica che ha alimentato nel tempo un senso di frustrazione sempre più difficile da contenere.
Sushila Karki era stata indicata dai manifestanti stessi come figura di riferimento per guidare la transizione. Già prima donna a presiedere la Corte Suprema del Nepal, è considerata un simbolo di integrità per il suo approccio intransigente nei confronti della corruzione. Il parlamento è stato sciolto e le elezioni sono state fissate per il 5 marzo 2026, con il mandato esplicito di rinnovare profondamente il sistema politico del Paese. Le sfide che attendono il governo provvisorio sono però enormi: rilanciare un’economia in difficoltà, avviare una seria campagna anticorruzione e rispondere alle aspettative di una generazione che ha dimostrato di saper incidere concretamente sulle sorti del Paese.
Tra le figure simbolo della rivolta c’è anche Balen Shah, 35 anni, ex rapper e attuale sindaco di Kathmandu, eletto nel 2022 come candidato indipendente. Sostenuto dalla Generazione Z, era considerato il favorito per la carica di premier, ma ha declinato l’offerta, scegliendo di appoggiare Karki. Molti giovani chiedono che si candidi alla guida del Paese alle prossime elezioni. Il Nepal guarda dunque al futuro con una combinazione di speranza e incertezza. Quel che è accaduto nelle strade di Kathmandu ha dimostrato, ancora una volta, come la spinta generazionale possa travolgere equilibri politici consolidati da decenni. Resta da vedere se le istituzioni sapranno trasformare questa energia in riforme durature.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Photo Credit: Il Fatto Quotidiano