mercoledì, Maggio 20, 2026

Le proteste della GenZ in Marocco sono nate da incontri su Discord

Le proteste emerse da un’iniziativa dei giovani hanno messo in evidenza la situazione economica e la diseguaglianza sociale del Paese; le autorità hanno risposto con una repressione violenta

by Rachele Gabbin

Il Marocco non è di certo un paese in cui la popolazione può dirsi completamente soddisfatta della situazione economica e sociale: il tasso di disoccupazione si attesta quasi al 13% a fronte di una produzione per capita di poco superiore ai 5 mila dollari annui. Le istituzioni poi non sono tra le più trasparenti e la coesione sociale è a rischio. Il paese infatti si classifica al 91° posto per il Corruption Perceptions Index e la diseguaglianza economica è tangibile. In questo quadro, il governo marocchino si presenta come stabile e orientato a riforme progressiste, ma d’altro canto emergono narrazioni divergenti: persistenti limitazioni delle libertà civili e carenze nei servizi essenziali continuano a essere segnalate come problemi diffusi.

La generazione Z incarna pienamente il malcontento della popolazione e rivela l’ipocrisia delle istituzioni. I giovani nati dalla seconda metà degli anni ’90 infatti sono in prima linea per creare spazi di confronto e dialogo al di fuori dei canali istituzionali. Il 15 settembre 2025 è stato creato un gruppo sulla piattaforma Discord, per promuovere il dibattito democratico, ed in poco tempo l’adesione si è evoluta in modo esponenziale. Dalla partecipazione agli spazi di discussione online si è poi passati alla mobilitazione nelle piazze. Tra il 27 e il 28 settembre, proteste si sono svolte in numerose città, tra cui Casablanca, Rabat e Tangeri, con una richiesta chiara: il rispetto della Costituzione marocchina. I manifestanti hanno richiamato in particolare gli articoli relativi alla democrazia, alla libertà di riunione, al diritto alla salute e all’istruzione, nonché alla partecipazione dei giovani alla vita pubblica, esprimendo al contempo un forte malcontento per la crisi economica, la corruzione percepita e le disuguaglianze sociali. Secondo diverse testimonianze, le proteste avevano inizialmente mantenuto un carattere pacifico. Tuttavia, la risposta delle autorità si è rivelata rapidamente restrittiva: nei media nazionali le manifestazioni sono state spesso descritte come una minaccia all’ordine pubblico e la diffusione online dei loro contenuti è stata talvolta assimilata a forme di “istigazione alla commissione di reati”.

Il 1° ottobre ha segnato un’escalation violenta: tre persone non appartenenti alla Gen Z e presenti nei pressi di un corteo sono state uccise dalla polizia. In un primo momento, le famiglie sarebbero state sottoposte a pressioni affinché non rendessero pubblica la vicenda; successivamente, di fronte alla mancata apertura di un’inchiesta ufficiale, hanno deciso di dare testimonianza su quanto accaduto partecipando ad interviste e iniziative online. I familiari hanno inoltre diffuso materiali video a sostegno della propria versione dei fatti. Parallelamente, diversi partecipanti alle manifestazioni avrebbero ricevuto condanne sproporzionate. Alcuni sarebbero stati puniti con pene comprese tra i cinque e i quindici anni di carcere per aver indossato magliette con slogan critici nei confronti del governo o per aver condiviso messaggi su Discord; tra questi, figurerebbero anche dei minorenni.

Questo fenomeno non è limitato al Marocco: casi simili si registrano anche al di fuori del Nord Africa, coinvolgendo paesi come Nepal, Madagascar e Perù. Ciò che accomuna questi movimenti è sia l’età dei partecipanti, tutti appartenenti alla Generazione Z, che le motivazioni alla base della loro mobilitazione, legate spesso un’insoddisfazione nelle condizioni di vita. Infatti, le proteste della Gen Z sono emerse in Paesi in cui la povertà ha raggiunto livelli insostenibili, l’accesso all’istruzione è fortemente limitato o del tutto assente, e le richieste di modernizzazione e cambiamento vengono sistematicamente ignorate.

Photo credit: Mounir Neddi, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Rachele Gabbin

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