In Giappone negli ultimi anni sempre più giovani donne stanno lasciando i contesti rurali in cui sono nate per trasferirsi nei centri urbani più vicini. I dati mostrano che in circa il 70% delle prefetture del Paese le ragazze migrano più degli uomini e tendono, più frequentemente, a non fare ritorno. A Toyooka, ad esempio, il 52% dei ragazzi che si erano trasferiti da adolescenti è tornato nei propri villaggi natali nei loro vent’anni, mentre tra le donne la percentuale scende ad appena il 27%. Alla base di questo fenomeno ci sarebbero delle ragioni strutturali: divari salariali molto marcati tra aree urbane e aree rurali e, soprattutto, la persistenza di forme di discriminazione di genere. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, il Giappone si colloca infatti al 118° posto su 145 Paesi in termini di parità tra i sessi.
Un recente piano governativo ha individuato proprio nei pregiudizi e nei rigidi ruoli tradizionali fattori che spingono le donne ad allontanarsi. Secondo l’attivista Yamamoto Ren, in molti contesti lavorativi delle prefetture le donne sono ancora relegate a mansioni marginali (come preparare il tè) mentre le decisioni importanti restano prerogativa maschile. Questa dinamica contribuisce anche a disincentivarne il ritorno: molte donne, infatti, evitano di rientrare anche solo temporaneamente nei luoghi d’origine per sottrarsi a un contesto sociale percepito come limitante e alle pressioni sociali (in particolare da parte delle generazioni più anziane) legate alle aspettative sulla maternità.
Quello che sembra emergere sempre più chiaramente è un diffuso sentimento di disillusione femminile rispetto al futuro, come testimoniano da alcune voci dirette. “Quando le donne si rendono conto (delle discriminazioni), raramente protestano: semplicemente se ne vanno in silenzio” osserva la giornalista Miura Miwako nella prefettura settentrionale di Akita. Alcune donne del posto dicono di soffrire di moya moya, un senso vago ma persistente di disagio, difficile da definire ma profondamente radicato. “Akita è spesso chiamata un’isola isolata sulla terraferma”, racconta la studentessa Yukina Oguma al giornalista Anthony Kuhn; interrogata su cosa farebbe se le venisse chiesto di restare per gestire il tempio buddhista di famiglia, risponde senza esitazione: “Scapperei”. “Lasciate che Akita si spopoli. Non c’è modo di fermarlo […] Non capiranno di avere un problema finché le donne non se ne saranno andate tutte”, afferma un’altra studentessa.
La realtà è che nonostante molte donne trovino soddisfazione nella vita urbana e siano contente di essersi trasferite, altre sarebbero disposte a tornare se le condizioni fossero diverse. Dinnanzi a questo scenario, diverse amministrazioni locali hanno avviato iniziative per ridurre il divario di genere. A Toyooka, ad esempio, si distribuiscono manga educativi sul tema e si promuovono programmi di formazione per insegnanti e imprenditori. Questa apertura è in parte legata alla crescente consapevolezza che l’inclusione femminile rappresenti una questione di sopravvivenza per molte comunità rurali, colpite da un forte calo demografico. Gli effetti dello spopolamento sarebbero già evidenti: centinaia di migliaia di posti di lavoro restano vacanti per carenza di manodopera e milioni di abitazioni risultano vuote o abbandonate.
Resta tuttavia una tensione di fondo: la principale motivazione delle autorità nel trattenere le donne è spesso legata proprio al declino demografico. Ne deriva un approccio talvolta contraddittorio, dove accanto alla promozione dell’uguaglianza tra i sessi, persistono iniziative paternalistiche, come eventi organizzati per favorire incontri tra single o guide che suggeriscono alle donne come vestirsi per attrarre un partner. Queste confermano la persistenza di logiche tradizionali che tendono a ricondurre le donne a funzioni prevalentemente familiari.